Mi proverò qui piuttosto a vedere, se è mai possibile cogliere, ne’ fatti, nelle condizioni e ne’ sentimenti del tempo, qualche cosa che accenni, già durante il secolo quarto, ad un iniziale decadimento della schiavitù e al primo sorgere di quel germe, che poi, sviluppandosi sempre più, la doveva dissolvere ed eliminare.

Tra la fine del secolo quinto e il principio del quarto, tutta la massa di schiavi d’Atene si trovava stremata e quasi annichilita. Sarebbe occorso quindi ricostituirla, e non era impresa facile. L’economia a schiavi si cominciava a diffondere ora, per le moltiplicate esigenze della vita e la diversa distribuzione della ricchezza, su di una zona più larga, sia della Grecia che del bacino del Mediterraneo in genere, usciti dallo stadio economico più semplice e primitivo. Ciò, bilanciando l’azione di paesi, dove la schiavitù cominciava a essere sostituita dal salariato, teneva ancora talvolta al primo livello il prezzo degli schiavi, o, in virtù del minor potere d’acquisto della moneta, tal’altra lo rialzava.

Atene mostra di aver raggiunto nel quarto secolo un grado elevato di sviluppo economico, in quanto le riesce di riannodare le tradizioni del secolo precedente e rifare, in maniera meno urtante per l’ambiente in cui si svolgeva, il cammino già percorso e troncato violentemente, mettendo a profitto l’esperienza, i tentativi, i risultamenti, le attitudini acquistate nel tempo passato. Ma non si può dimenticare che la contrastata egemonia e l’ambito primato di Sparta, il dissolversi della seconda lega marittima, l’ostinato defezionare dell’Eubea, la crescente potenza macedonica fanno del secolo quarto, per Atene specialmente, una serie persistente di guerre, interrotte da non lunghi periodi di pace come il periodo della prevalenza di Eubolo, e riparate in qualche modo da brevi periodi di amministrazione sapiente come quella di Licurgo. Più volte, e specialmente al finire della guerra con gli alleati[321], in mezzo a quella prosperità, spesso esagerata e larvata dalle belle parvenze ingannatrici di cui s’adornava, Atene s’era trovata a mal partito; e le sue energie interne, da cui omai traeva la sua forza, erano apparse stremate e isterilite sotto l’azione combinata di quelle cause nefaste, che ne impedivano tutta l’espansione e ne esaurivano le sorgenti.

Se Atene potè tener testa a tante influenze malefiche e raggiungere e mantenere un certo grado di prosperità, lo dovette a questo risvegliarsi di attività, che fece volgere i suoi cittadini con rinnovata lena al lavoro, alla produzione, a’ commerci sopra tutto, che erano allora la via migliore d’arricchirsi. La forma più elementare e rude di parassitismo, che consisteva, all’esterno, nello smungere tributi agli alleati e, all’interno, nel vivere oziosi alle spalle de’ servi, cominciava a cedere il posto ad altre forme di parassitismo più complesse e perciò stesso meglio larvate.

La proprietà fondiaria, laboriosamente, è vero, accennava a concentrarsi, ma pur si andava concentrando; e potrebbe sembrare che ciò costituisse un elemento favorevole all’incremento di schiavi agricoli. Pure, ad un effetto diverso conducevano la natura del suolo dell’Attica, poco produttivo, l’estendersi della coltura de’ cereali, il crescere del proletariato agricolo e di quel quasi-proletariato di minuscoli possidenti, che, non trovando sufficiente impiego nel loro boccone di terra, dovevano divenire, volta a volta, mercenari e fittuari. Come è stato già rilevato innanzi, la coltura de’ cereali dovea essere favorita dal crescente prezzo de’ cereali, dalla distruzione delle vigne avvenuta durante le incursioni dell’Attica (Lysia parla anche degli oliveti abbattuti[322]), dalla concorrenza sempre maggiore de’ vini forestieri, che a poco a poco facevano sì che non si parlasse più de’ vini dell’Attica. È stato pure osservato[323] che, per l’indole sua, la coltura de’ cereali, non esigendo un’opera continua e ininterrotta, tende a limitare l’impiego degli schiavi per sostituirvi lavoratori presi a mercede secondo il bisogno, specialmente dove la terra non è così largamente remuneratrice da compensare lo sperpero nelle spese di produzione, nè così abbondante da permettere un continuo avvicendamento di area coltivabile. In qualche regione del mezzogiorno d’Italia, dove la cultura de’ cereali si fa senza sussidio di mezzi meccanici, e gli stessi animali sono adoperati soltanto per la trebbiatura, bastano da quaranta a quarantaquattro giornate di lavoro per eseguire tutto quanto occorre per un ettaro di terra, dalla preparazione alla raccolta. La contemporaneità poi de’ lavori nelle culture simili esclude l’impiego successivo dello stesso lavoratore.

La stessa coltura dell’olivo, più persistente nell’Attica di quella della vite, a quanto possiamo dedurre dalla menzione che si seguita a farne, non era tale da favorire l’impiego degli schiavi.

D’altra parte appartengono appunto al quarto secolo avanzato le menzioni di locazioni d’opera agricola; menzioni, che hanno il loro valore, anche nel caso che l’opera locata è quella di schiavi[324].

Appartengono pure in gran parte a questo periodo i documenti di affittanze[325], che prendon le mosse da cifre basse di dieci dramme e di cinquantaquattro dramme per l’Attica[326], di diciassette dramme per Delo[327]. Lysia[328] accenna, in breve spazio, più volte a queste piccole affittanze.

XXIII.

Ciò per l’agricoltura.