L’Economico di Senofonte rileva già, da un punto di vista schiettamente utilitario, tutto l’interesse, che debbono avere i padroni a trattar bene i servi[350]. A ciò doveano incitare specialmente i casi non lontani della guerra di Decelea.

Che una vera rivolta di schiavi avesse avuto luogo al principio o alla fine del quinto secolo, non solo non è accertato, ma sembra si debba escludere almeno pel tempo più antico[351]. In ogni modo, non potea mancare negli schiavi quell’attitudine passivamente ostile, di cui vi è l’eco in qualche autore, e che, in condizioni più adatte, a Chio, nel secolo seguente e, poi, nell’Attica stessa[352], per ripercussione di altri paesi, dovea prorompere in aperta ribellione. Questi sintomi non poteano fare a meno d’inspirare qualche preoccupazione.

La condizione degli schiavi si veniva dunque migliorando, e al loro miglioramento doveva contribuire non poco il restringersi del loro numero. Non a torto queste migliori condizioni degli schiavi sono state già da lungo tempo invocate come un argomento, se non come una prova, del numero limitato degli schiavi dell’Attica.

L’uccisione del servo e perfino il suo maltrattamento era soggetto a pena[353]; e questa tutela dello schiavo, che un secolo prima avea ricevuto un’interpretazione affatto pedestre, riflettendosi nella coscienza civile del quarto secolo, riappariva sotto la forma di un elevato sentimento etico, di un’alta ragione sociale. “Se rifletterete su ciò, o Ateniesi — diceva Eschine[354] — troverete che questa è una delle cose migliori; giacchè il legislatore non si dette pensiero degli schiavi; ma, volendo che vi avvezzaste ad astenervi dal fare ingiurie a’ liberi, v’impose di non recare ingiuria nemmeno a’ servi. Egli credette che, chi in una democrazia fa ingiuria a chi che sia, non è adatto a convivere politicamente con gli altri„. E l’orazione contro Midia[355] ripete presso a poco, con parole non dissimili, lo stesso concetto.

È vero che la mancanza di una personalità giuridica nello schiavo rendeva il più delle volte teorica, anzi che pratica, questa sua tutela, specialmente verso il padrone[356]; ma a qualche cosa, come un ritegno, pur potea servire. Più praticamente efficace forse era l’espediente del rifugiarsi in luoghi sacri, specialmente nel tempio di Teseo. Fuori di Atene, ad Andania[357], per esempio, si era, appresso, attenuato questo, che per i padroni era un inconveniente, introducendo limitazioni forse maggiori e abilitando il sacerdote alla restituzione; ma in Atene lo schiavo acquistava il diritto, dopo constatati i maltrattamenti, a farsi rivendere ad altri, il che, in molti casi, era una via alla manomissione[358].

Il sostrato morale della schiavitù era già venuto meno. Quella vicenda continua di guerre che faceva, a vicenda, schiavi i liberi e liberi gli schiavi; l’introduzione ora legale[359], ora clandestina di schiavi manomessi tra i cittadini; quella alterna depressione ed elevazione di liberi e di schiavi sotto l’azione della ricchezza e della miseria; l’allargarsi degli orizzonti morali e intellettuali de’ Greci, che cominciava a renderli un po’ meno sprezzanti verso lo straniero[360]; le relazioni internazionali più frequenti, nell’intrecciarsi de’ rapporti politici e commerciali; erano tutte cose che preparavano a concepire l’uomo attraverso i mutevoli rapporti politici e sociali e, prima anche che a concepirlo, a sentirlo.

Ben potevano i filosofi, nell’intento di dare un fondamento etico e necessario all’esistente ordinamento economico o politico, giustificare, con un sottile sofisma, la schiavitù, o cercare di sorreggerla, escludendone gli uomini di stirpe ellenica. Pure non mancavano filosofi che negassero il fondamento naturale della schiavitù[361]; mentre, d’altra parte, qualche sofista, per la sua maniera di concepire il diritto naturale, arditamente vedeva nel rapporto de’ padroni e servi un puro stato di fatto, che la violenza avea creato e di cui un’altra violenza avrebbe potuto invertire le parti[362]. E nella vita di ogni giorno, perfino negl’incanti[363], lo schiavo ricompariva col suo appellativo di uomo; e la commedia, facendosi specchio della vita popolare ed eco della sua coscienza, tale lo ribattezzava sulla scena. Che momento dovette esser quello, in cui sulla scena di Atene risonarono que’ noti versi di Filemone: “Se anche alcuno sia servo, non è, o padrone, meno uomo di quel che tu sia„[364]; e: “Se qualcuno è schiavo, è pur fatto della stessa carne; nessuno mai fu schiavo per natura; è la sorte che ne asservì il corpo„[365]. E nel teatro probabilmente v’erano degli schiavi!

XXVI.

Per un bisogno materiale, insieme, e morale si attenuavano certe asprezze della schiavitù, senza pur riuscire ad eliminarle; perchè la fustigazione[366], la tortura nelle inquisizioni giudiziali[367], rimanevano, ora e poi, una consuetudine ed una legge. Ma le mitigazioni non giovavano a sorreggere l’istituzione: cominciava ad accadere quello, che acutamente è stato detto di un periodo successivo della schiavitù e che può ripetersi di tutte le instituzioni, le quali vanno perdendo la loro ragione economica e sociale: “più si cercava di migliorarla e meno diveniva vitale„[368].

Col venir meno della facoltà di usare ed abusare, col restringersi del potere illimitato del padrone, veniva meno uno de’ motivi, che, data la scelta, potevano fare anteporre la schiavitù al salariato.