E, in realtà, il lavoro libero era destinato sempre più ad aver ragione del lavoro servile, per l’effetto continuo e più di condizioni antecedenti e pel maturare di nuove condizioni.
La divisione del lavoro sociale, che avea addossato a’ servi il compito della produzione materiale per affidare a’ liberi quello della guerra, si era venuta via via adombrando e sfumando col restringersi dell’obbligo regolare della milizia alle classi possidenti, e poi con l’introduzione e lo sviluppo delle milizie mercenarie. Il proletario, chiamato in via straordinaria e in emergenze eccezionali ad una guerra sopratutto difensiva[369], potea attendere ad un lavoro continuo forse meglio degli schiavi, che, insieme a’ meteci, venivano sopperendo a’ bisogni della flotta[370]; e le milizie mercenarie scaricavano il proletariato della parte più instabile, più amante di avventure e meno adatta all’esercizio di un mestiere.
Al tempo stesso la schiavitù si veniva, ogni giorno più, rendendo e mostrando meno utile e, come su di un corpo esaurito fioriscono a gara i malanni, venivano germogliando dal suo stesso seno i caratteri esteriori e i sintomi allarmanti del dissesto interno che la travagliava.
La mancanza o l’incertezza, sia reale sia supposta, di dati incontrastabili sul prezzo reale degli schiavi, di cui conosciamo il rendimento giornaliero[371], non ci permette di fissare, con sicurezza di criteri, il tasso medio, o almeno massimo e minimo, del profitto dato dagli schiavi, che così viene calcolato da diversi autori diversamente[372]. Ove, mettendo da parte le interpretazioni e le considerazioni correttrici del Böckh[373], se ne adotti semplicemente il calcolo materiale, si trova come il profitto degli schiavi, che, al tempo della guerra del Peloponneso, era del 47 11⁄37 % sugli schiavi impiegati nelle miniere, era invece del 15 15⁄19 e del 30%, al tempo di Demostene, su gli schiavi adibiti nella fabbrica di armi e in quella de’ mobili.
Considerando la cosa da un altro punto di vista, si ha che gli schiavi minatori di Nicia rendevano un obolo al giorno, e, almeno pel tempo della locazione, il padrone era garantito contro la loro mortalità e, in genere, contro la loro decrescenza[374]. Alla distanza di un secolo quasi, gli schiavi di Timarco, lavoratori di cuoio e perciò addetti ad un lavoro qualificato, rendevano due oboli al giorno, che, per lo scemato valore d’acquisto della moneta valevano meno, o al più altrettanto, dell’obolo del secolo precedente; e, per giunta, il rischio della loro perdita era continuo ed a carico del padrone.
Ancora: la tendenza ad un tasso unico del profitto avrebbe, in ultimo, fatto sì che il profitto dato dagli schiavi venisse a mettersi al livello de’ profitti dati da altri investimenti, col volgersi de’ capitali a quel ramo di speculazione. Ma, tenendoci anche, in forma assoluta, al tasso di profitto forse esagerato, che attestano i dati di Demostene, si ha che gli schiavi non davano un profitto superiore a quello di altre imprese commerciali, le quali apparentemente più rischiose, non presentavano, in fondo, maggior pericolo dell’investimento fatto in un capitale di schiavi. La mortalità degli schiavi, che, come ci mostrano i recenti esempi delle colonie, si è mantenuta sempre in proporzioni elevate, sino a raggiungere e sorpassare la proporzione del 5%, sino a ridurre la vita media dello schiavo a sedici anni e meno ancora; non ha potuto a meno di essere elevata anche nell’antichità; e il profitto elevato dello schiavo, anche nel migliore de’ casi, era assorbito o reso insufficiente dalla notevole rata di ammortamento.
La mortalità, del resto, non rappresentava che il rischio ordinario; ma, accanto a quello, ve n’erano tanti altri straordinari, che pareggiavano e superavano l’ordinario.
L’ambito ristretto degli Stati greci e le guerre frequenti con gli Stati più vicini esponevano ad una continua perdita degli schiavi, sia per le incursioni de’ nemici, che si ritiravano traendosi dietro un bottino di liberi e di servi (ἀνδράποδα)[375], sia per le fughe agevoli de’ servi, attratti spesso da’ nemici con la lusinga e talvolta col dono della libertà. Queste fughe, che preoccupavano tanto, da costituire motivi di doglianza tra gli Stati e oggetto di speciali clausole ne’ trattati[376], inceppavano l’utile impiego degli schiavi ed aumentavano le spese, già notevoli, di vigilanza e custodia. Eppure, tutto ciò non bastava. La cosa era venuta a tale, che, nel periodo macedonico, potè sorgere una forma di contratto di assicurazione; ma ciò importava un’altra annua spesa di otto dramme[377].
Il complicarsi e l’intrecciarsi degl’interessi, che esigevano tutela, portavano un assetto giuridico sempre più distinto, sviluppavano la responsabilità de’ padroni per alcuni fatti de’ loro schiavi[378]; e, anche sotto questo rapporto, la cosa non era senza danno per i padroni. In tempo più avanzato, ma in paesi di rapporti economici meno sviluppati, lo schiavo, di solito, per le sue colpe è soggetto alla fustigazione; ma pel furto si aggiunge che debba pagare il doppio del valore rubato e una multa di venti dramme, con obbligo al padrone, sotto la propria responsabilità, di consegnare lo schiavo al danneggiato, in caso di mancato pagamento[379].