Un altro elemento sfavorevole alla schiavitù erano le condizioni del mercato de’ cereali. Si parla spesso di un prezzo medio de’ vari cereali nell’antichità.
Ora, innanzi tutto, noi non abbiamo una quantità tale di dati da poter stabilire un prezzo medio de’ cereali, quando fosse possibile determinarne uno. Poi, se diamo appena uno sguardo a’ prezzi contemporanei de’ cereali, vediamo che, anche oggi, vi è una notevole e permanente oscillazione da mese a mese, da anno ad anno, da mercato a mercato[380]. Eppure lo straordinario progresso ne’ mezzi di trasporto, la possibilità di colture più regolari e meno perturbate da cause violente, la formazione del mercato mondiale son fatti per favorire una maggiore stabilità, una maggiore analogia di prezzi. La mancanza di tutte queste condizioni nel mondo antico faceva sì che in ogni paese, e specialmente in quelli che vivevano d’importazione, le oscillazioni costituissero la regola; e, da mese a mese, da anno ad anno[381], un’incursione di nemici, un cattivo ricolto, un’incetta, qualche naufragio, un approdo impedito erano tutte ragioni per provocare un aumento di prezzi; e, quanto parecchi di questi eventi sieno frequenti sempre ed erano frequenti nell’antichità, non occorre rilevare.
Così, i pochi dati che abbiamo, ci possono servire per determinare non i prezzi medî ed ordinarî, ma i prezzi minimi del periodo, a cui si riferiscono, quando pure, come accade, non si tratti di prezzi minimi artificialmente determinati con vendite fatte da privati e dallo Stato, a scopo di sollievo della popolazione.
Questi prezzi minimi della fine del secolo quarto ci dànno, in Atene, per l’orzo un prezzo di tre dramme al medimmo; per il frumento di cinque e sei dramme[382]; e a Delo, nel secolo successivo (282 a. C.) un prezzo pel frumento di quattro dramme e tre oboli[383].
Tali prezzi rappresentano già un rincaro rispetto a’ prezzi minimi di periodi più antichi e dello stesso principio del quarto secolo[384]; e s’intende. I maggiori sbocchi trovati da’ paesi esportatori; forse la loro produzione, se non regolarmente decrescente per graduale esaurimento, almeno saltuariamente meno abbondante; finalmente la loro popolazione crescente, portavano, come conseguenza, un aumento di prezzo. Tutto ciò a prescindere dal diminuito potere di acquisto della moneta, delle cause accidentali e del fatto che Atene non potea più, come in altri periodi, assicurarsi la continuità e la prevalenza del rifornimento.
Ma le fonti stesse, che ci parlano di questi prezzi, ci dicono, o ci fanno intendere che erano prezzi di favore; e, inoltre, ci parlano, a poca distanza di tempo, di rincari notevoli, che a Delo aveano portato il medimmo di frumento sino a dieci dramme e in Atene il medimmo di frumento e di orzo sino a sedici e diciotto dramme[385]. E l’altezza de’ prezzi doveva essere una cosa quasi solita, se ci vien detto che i proprietari di terre faceano ottimi affari e divenivano ricchi[386].
Di tratto in tratto, documenti, che si estendono sino al secolo terzo, accennano a doni e ad importazioni di cereali[387] e ci fanno concepire, indirettamente, la penuria sentita in Atene. Una epigrafe della fine del terzo secolo[388] parla della campagna rimasta deserta ed inseminata per causa di guerra, e della beneficenza di Euriclide Cefisio, che ne avea resa possibile la seminagione.
Alle cagioni di ordine generale si aggiungevano anche gli inconvenienti delle incette. Anche assai prima che Cleomene[389] organizzasse le sue grandiose incette, quasi un tentativo di monopolizzare la vendita de’ cereali, non erano mancate incette di proporzioni minori e speculazioni sul prezzo de’ grani: vi accennano varî autori[390], e ricorrono allusioni evidenti nelle orazioni di Demostene. Ma già Lisia, nella sua viva e serrata orazione contro i commercianti di grano, ci avea dato un concetto adeguato delle arti di questi monopolizzatori de’ cereali e della inanità delle disposizioni prese contro di loro. “Il loro vantaggio — diceva l’oratore — è il danno altrui. Allora guadagnano più, quando, essendo annunziata qualche disgrazia per la città, vendono cari i generi. Così vedono di buon animo le nostre disavventure, cercano di saperle prima degli altri, e vanno dicendo, o che le navi son perite nel Ponto, o che sono state prese, durante la rotta, da’ Lacedemoni, o che gli emporî son chiusi, o che i trattati stanno per rompersi; e vengono a tal punto, da insidiarci in quelle stesse congiunture in cui c’insidiano i nemici„.
Non occorre insistere molto per mostrare, come, in tale stato di cose, il sostentamento degli schiavi rappresentava una spesa reale sempre maggiore, ed era, di più, un argomento di continua preoccupazione, nell’incertezza de’ rincari, ricorrenti con maggiore intensità e maggior frequenza.
In questi periodi difficili, a favore de’ cittadini liberi interveniva l’aiuto dello Stato e de’ privati con largizioni, vendite a prezzi di favore[391], distribuzioni: non mancano nemmeno attestazioni documentate di carichi di frumento mandati in dono da sovrani e principi amici od alleati[392]. Si aiutavano pure i cittadini liberi con la ripresa, che potea fornire qualche loro boccone di terra, con la retribuzione assegnata alle pubbliche funzioni, che, insufficiente per provvedere al sostentamento di un individuo o di una famiglia, era tuttavia, specialmente in tempi straordinari, un aiuto pur che sia[393]. Sovveniva pure la beneficenza, il cui sentimento, ad argomentare anche da alcune manifestazioni teoriche, si andava sviluppando in questo periodo[394]; e quelli, che aveano qualche difetto organico, erano, a dirittura, comunque in maniera insufficiente, sussidiati dallo Stato[395].