Sopra tutto, poi, sotto la spinta del bisogno, i liberi ricorrevano ad ogni espediente per campare la vita in patria, o fuori: si davano, o tornavano con più ardore al lavoro, producendo naturalmente, con la sovrabbondante offerta di braccia, un rinvilìo delle mercedi, che riesciva, in modo eminente, ad eliminare il lavoro servile.
Le distribuzioni, le vendite di cereali a prezzo ridotto aveano, s’intende bene, luogo a favore de’ liberi e non degli schiavi; e questi, durante i periodi di rincaro de’ generi alimentari, doveano rappresentare pe’ loro padroni una vera perdita, un danno emergente e un lucro cessante. Forse erano momenti come questi, che, già sin d’allora, prima ancora che alla dipendenza della schiavitù si sostituisse la schiavitù del salariato, facevano riconoscere l’illusione di una libertà nominale e facevan dire: “Quanto è meglio trovare un buon padrone, che vivere male e miseramente da libero!„[396].
In questi casi, a chi dovea essere sostentato potea sembrare vantaggiosa la condizione dello schiavo, ma al padrone, che lo dovea sostentare, la cosa dovea apparire da un punto di vista perfettamente opposto.
XXVIII.
Quasi che tutto ciò non bastasse, la classe degli schiavi andava soggetta ad una continua e progressiva degenerazione. Con il venir meno di ogni sostrato morale della schiavitù e il suo ridursi a un puro stato di fatto, ad una prepotenza legale, quanto meno si faceva strada una speranza e un proposito di redenzione generale, esclusi o compressi dalla visione circoscritta alle forme del contemporaneo ambiente economico; tanto più covavano e fermentavano, ascosi e persistenti, l’invidia, il rancore, il desiderio di opporre forza a forza e sostituire signoria a signoria, mutando la vicenda di servi e padroni.
Dove si trovavano accolte insieme grandi masse di schiavi, o di servi, e vi era il terreno favorevole alla cospirazione, il malcontento prorompeva in aperta rivolta, come in Laconia, come a Chio, nel terzo secolo, come, appresso, ne’ dominî romani. Dove la palese insurrezione era meno facile, o impossibile, come suole accadere, l’astuzia, l’inganno, la frode prendevano il posto della violenza, e si traducevano in una reazione sorda e continua, tanto più pericolosa e più invincibile quanto meno visibile e più incoercibile.
La servitù abbassa e corrompe; ma, per una ironia della vita, compie essa stessa inconsapevolmente la sua vendetta su’ dominatori parassiti; e, quanto più cade in basso, trova, come la miseria, come tutte le altre negazioni della solidarietà umana, nella sua stessa abbiezione un più sottile e più sicuro veleno, col quale attossica e trae in una stessa via di perdizione oppressi ed oppressori.
La commedia classica, che ne ha poi fatto un tipo convenzionale, s’impernia, in gran parte, su questo tipo di servo corruttore e corrotto, consorte ed infedele, pieno di espedienti e bugiardo, che fomenta i vizi del figlio di famiglia ed è l’inesauribile architetto di tutti i complicati intrighi, con i quali si mina la vita economica e morale della casa. La posterità romana e quella che all’antichità classica chiederà le forme atte ad esprimere rapporti analoghi di vita, riporteranno sulle scene questo tipo, nell’atto stesso in cui ne faranno esperienza nella vita; ma è la commedia greca, che prima l’ha scorto, l’ha saputo cogliere nel vertiginoso viluppo contemporaneo e l’ha tramandato a noi, animandolo del soffio non perituro dell’arte. “A che esser buono ed economo? — si trova in Menandro[397] — se il padrone dissipa tutto? Se tu non prendi nulla per te, ti sarai macerato, e non avrai giovato neppure a lui„. Un servo buono avea certamente ancora pregio: “Se accade di avere un servo affezionato, non c’è cosa più bella nella vita„[398]; ma la stessa espressione iperbolica mostra, come omai questo dovesse essere un fatto non frequente. La cosa era così poco frequente che vi era chi avea, omai, in avversione non più i servi, ma il servo, negando l’utilità di tutta la categoria: “Niente vi è di peggio di uno schiavo, sia pure buono„[399]. La situazione diveniva tale che la vicenda quasi s’invertiva: “un solo è lo schiavo della casa, il padrone„[400].
Anche sotto un altro rapporto i servi divenivano un pericolo permanente ed un danno per i padroni.
La facoltà di assoggettarli alla tortura, per ottenerne una deposizione in giudizio, era usufruita, da avversario ad avversario, in misura piuttosto larga, e faceva dello schiavo un organo rivelatore di tutti i segreti e di tutte le magagne della casa; il che era tanto più grave di conseguenze, quanto più la debolezza o il malvolere dello schiavo poteano dare faccia di vero alla menzogna. E la deposizione ottenuta per mezzo della tortura, era anche quella che avea maggior credito[401].