Lo Stato stesso, mettendo talvolta a profitto, come i privati, questo naturale antagonismo, incoraggiava lo spionaggio de’ servi, promettendo il premio maggiore, quello che in tanti casi dovea essere più gradito, la libertà, allo schiavo che denunziasse qualche fatto d’interesse dello Stato[402].

V’era perfino chi avea degli schiavi per servirsene come di una banda di ladri, per poterli sguinzagliare qua e là e farne degli eterni sicofanti[403].

Come si vede, non si ha che l’imbarazzo della scelta, quando si vogliono mettere sott’occhio i tanti gravi inconvenienti di ordine morale e materiale, che recava seco lo stato di schiavitù. E si progrediva nel tempo, e più esso diveniva degradante con le condizioni più complesse della vita e quindi più irte di pericoli.

Si poteano dare pure casi, in cui accadesse un delitto in casa, e allora, se non ne era conosciuto il vero autore, tutti gli schiavi erano messi a morte[404]; e, pur troppo non doveva essere cosa rarissima qualche meditato e occulto assassinio in case, in cui vi fossero schiavi.

XXIX.

L’azione continua e stringente di tutte queste cause, più o meno consapevolmente sentita, ma, in ogni modo, sempre obbiettivamente efficace, dovea tendere a limitare il numero degli schiavi e a restringerne l’impiego a quel genere di operosità, a cui il lavoro libero non potesse piegarsi, o per cui non fosse profittevole l’impiego del lavoro libero. Così gli schiavi si trovano in Atene più particolarmente impiegati nelle manifatture, ne’ lavori più faticosi attinenti alla marineria[405], e sopratutto nelle miniere. Tutto il progetto, così ben architettato da Senofonte[406], per ridare forza e sviluppo alle finanze ateniesi, non consisteva già, come un altro progetto di Falea di Calcedonia[407], nell’attribuire agli schiavi l’esercizio esclusivo di tutti i mestieri, bensì nell’esercizio pubblico delle miniere del Laurio, mediante l’acquisto di schiavi in numero crescente, proporzionalmente al profitto da essi stessi dato. Nondimeno il progetto di Senofonte non fu messo in atto, ed anzi le miniere, andando incontro a quell’esaurimento a cui Senofonte non credeva, finirono per dare impiego a un numero di schiavi sempre decrescente.

L’esercizio delle miniere era capace di dare, come ne avea già dati, lauti guadagni; ma lo stesso Senofonte, ci lascia intendere, fors’anche senza volerlo, come fosse pieno di alea, quando ci dice che occorrevano buoni capitali e che l’aprire un nuovo pozzo era una cosa economicamente assai rischiosa; e, se accadeva di diventar ricco a chi trovava molto metallo, perdea tutta la sua spesa chi non ne trovava[408]. Il tipico accanimento, con cui si scavava al tempo di Demetrio Falereo, quasi che, come costui diceva, si volesse giungere sino al regno di Plutone[409], è forse un indizio del materiale che cominciava a divenire più scarso, e che, alla fine del secondo secolo, a quanto pare dal numero degli schiavi in rivolta, non dava lavoro a più di mille schiavi[410]. Certo è che quando Senofonte scriveva il suo trattato sulle finanze di Atene, nel 347/6, come qualcuno vorrebbe, o nel 357/6, come è più generalmente ammesso[411], il numero degli schiavi era inferiore a quello che era stato prima della guerra di Decelea[412]. E chi ritiene, secondo la dimostrazione data da qualcuno[413], che il desiderato di Senofonte sarebbe stato di avere tre schiavi per ognuno de’ ventimila cittadini, e non nelle miniere soltanto, ma in generale; ammette che in questo tempo l’Attica contava meno di sessantamila schiavi. Nè vi sono dati positivi per credere che questo numero crescesse, o crescesse di molto nel tempo che seguì.

XXX.

È probabile pure che in questo periodo cominciassero ad avere maggiore sviluppo le manumissioni di schiavi, come un fenomeno corrispondente a questa utilità decrescente della schiavitù. In Atene le manumissioni non lasciarono traccia documentale, come accadde più tardi a Delfo, in Beozia e altrove; e non è possibile quindi avere un’idea adeguata de’ limiti, in cui erano mantenute, o delle proporzioni, in cui si sviluppavano; ma un accenno, che troviamo, al divieto di manomettere i servi in teatro[414], può forse costituire un dato non trascurabile per metterci innanzi una consuetudine non infrequente di manumissioni, alimentata poi, come appresso a Roma, da un interesse materiale, che era fomentato, alla sua volta, da una ragione di vanità e ne prendeva le forme. E l’impulso così intenso che troviamo dato alle manumissioni in tutta la Grecia, nel secolo posteriore e nell’altro, è anch’esso un fatto tanto rilevante, che difficilmente possiamo acconciarci a credere avesse potuto sorgere e grandeggiare d’un tratto; e più probabile ci parrà invece il cercarne in questo quarto secolo il moto iniziale.

XXXI.