PARTE SECONDA

I.

La vita romana più antica ci si presenta sotto un aspetto semplice e modesto: la ricchezza, i bisogni, le abitudini, tutto vi è limitato e quale può attendersi da una popolazione di costumi primitivi.

Roma, sorta come luogo di rifugio, è la sede di una popolazione che vive una vita pastorale ed agricola, gravitando sempre più verso l’agricoltura, quanto più la stabilità della sede, le commodità della cultura e le altre condizioni favorevoli lo consentono[485].

La schiavitù, che nell’antichità si può assumere come l’indice dello sviluppo della vita economica, è quindi, naturalmente, in questo più antico periodo assai ristretta[486]. Chi legge Dionigi d’Alicarnasso e vi trova una menzione relativamente frequente ed esagerata di schiavi[487], potrebbe forse essere tentato ad attribuire alla schiavitù, anche per questo periodo più antico, un’importanza maggiore della vera; ma non tarderà a scorgere anche qui un riflesso della tendenza inconsapevolmente anacronistica di Dionigi, solo che guardi agli altri fonti della tradizione e, più ancora, a tutti gli altri dati della vita romana in quell’epoca.

Il territorio romano, sino alla fine dell’età regia e agl’inizi della repubblica, consisteva in una stretta zona sulla riva destra del Tevere, e sulla sinistra era limitato a breve distanza, nelle varie direzioni, da Fidenae, da Tusculum, da Tellenae e Laurentum[488]: consentiva quindi un’industria agricola ristretta anch’essa in brevi confini e tale da non richiedere, ordinariamente, l’impiego di schiavi o almeno di un numero notevole di essi. La cultura diretta era, insieme, un’esigenza, una consuetudine ed un vanto[489] anche per chi in quella società primitiva godeva di una posizione preeminente. La famiglia, più che mai unanime e stretta da un legame di solidarietà materiale e morale, impiegava tutte le sue forze nella cura del modesto patrimonio che le assicurava l’esistenza e lo sviluppo. S’aggiungeva ancora la clientela. Se anche non è ben provato che i clienti fossero tenuti a prestare, in una certa misura, l’opera loro a favore de’ patroni[490]; nondimeno può sempre ritenersi che, in maniera indiretta, coltivando terre concesse precariamente o temporaneamente sotto varie forme, avessero una funzione utile non trascurabile nell’economia domestica della casa patronale[491].

La semplicità rude di quella vita è anch’essa rimasta nella tradizione, che ce ne ha conservata l’immagine e la notizia.

L’ideale della casa che basta a se stessa e del fondo che sopperisce a tutti i bisogni della famiglia, riappare anche appresso come un consiglio ed una mèta: ora appariva come una necessità e, insieme, un’aspirazione facilmente realizzata, data la corrispondenza tra i pochi bisogni e la maniera di soddisfarli. Bisogni che, poi, più largamente intesi e in maniera diversa, dettero luogo a un’attività sociale distinta, a mestieri speciali, — costituivano ora un ramo ordinario dell’operosità domestica disimpegnato dalle donne della famiglia, a cui nelle poche case più doviziose prestava assistenza qualche ancella. In casa si preparavano e provvedevano le vesti; in casa si preparava il pane[492]. E questo carattere dell’antica famiglia romana, che sopperisce da sè alle esigenze del proprio consumo, è rilevato da uno storico con lo stesso vocabolo già usato da Tucidide a proposito de’ Peloponnesiaci (αὐτουργοί)[493], che con la semplicità sua ci richiama nella maniera più evidente questo periodo di attività domestica, di economia familiare chiusa e di manufatti dovuti al lavoro delle proprie mani.

Ma, anche qui, manufatti, che richiedevano una particolare esperienza tecnica e speciali istrumenti, o corrispondevano a bisogni non continui della famiglia, facevano luogo, per la progrediente e vantaggiosa divisione del lavoro, ad arti e mestieri speciali, esercitati da distinte categorie di artefici come una distinta attività professionale. E la tradizione, quale che possa essere la sua esattezza cronologica nel riferirsi a un punto preciso del periodo leggendario, accenna all’antichità di questi artefici costituiti finanche in corporazioni[494]. Secondo questi dati della tradizione, non solo si sarebbe avuto ben presto un artigianato di vasai, industria delle più antiche e della quale scoperte non lontane hanno rintracciato in Roma i prodotti entro strati sempre più remoti e con forme sempre più rudimentali, accennanti alle suppellettili delle terremare[495], ma tante altre categorie di artefici intenti al lavoro del legno, del cuoio, della tintura de’ tessuti, del bronzo e perfino dell’oro. Lo stesso frequente stato di guerra, che spesso costringeva il piccolo stato come in un cerchio di ferro, l’obbligava a sviluppare entro i propri confini la produzione di tutto il necessario, acclimatando e rendendo indigena anche quella prima importata o presa a prestito da popoli più progrediti[496].

Ora questi mestieri, quando, appresso, assunsero più larghe proporzioni sino a prendere l’aspetto di una manifattura o di un’industria, poterono giovarsi e si giovarono della cooperazione di schiavi; ma in questi tempi più antichi, in cui l’esercizio del mestiere era limitato ed individualmente disimpegnato, difficilmente potevano essere esercitati da schiavi, privi di ogni autonomia e che avrebbero solo potuto esercitarli sotto la direzione o, come cominciò ad avvenire più tardi, in rappresentanza del padrone. L’esercizio di codesti e degli altri mestieri, che venivano sempre più sorgendo col crescere de’ bisogni e con la corrispondente divisione del lavoro, dovea costituire, insieme, una prerogativa e un mezzo di vita degli stranieri che venivano a dimorare a Roma, della plebe urbana e, in genere, di tutti quelli che, per una via o per un’altra, direttamente o indirettamente, non partecipavano alla produzione agricola e al godimento della terra. I cognomi di alcune famiglie, che accennano evidentemente a utensili, ad arti e a mestieri, se possono avere avuta origine da un patronato verso corporazioni di artefici, possono fors’anche meglio derivarsi dalla tradizione di un diretto esercizio di arti manuali in famiglie libere, a grado a grado salite poi a condizione più elevata e a maggiore importanza sociale[497].