Ma, più che di schiavi, troviamo menzione del lavoro libero e delle condizioni che lo fanno supporre.

Nell’agricoltura, le condizioni particolari dell’Egitto, per la possibilità di usufruire alcuni agenti naturali come l’inondazione del Nilo, rendevano i lavori della coltivazione brevi di durata e agevoli ad eseguirsi con uno scarso impiego di opera umana, e, in qualche caso, senza l’impiego di essa[475]. Dato un tale stato di cose, l’impiego fisso di schiavi addetti all’agricoltura, per quanto potesse costar poco il loro mantenimento, doveva andar soggetto ad una sicura eliminazione. Del resto, in forma più positiva, è noto come alla coltivazione delle terre reali si sopperisse con la corvée, con una requisizione temporanea di liberi, e come la cultura diretta, gli affitti, le locazioni d’opera vi avessero largo sviluppo[476]. Varrone attesta che l’Egitto, come l’Asia, si serviva per l’agricoltura sopratutto di liberi mercenari[477].

Nel campo industriale la crescente specificazione delle arti e de’ mestieri, rappresentati in tutte le loro varietà e con la maggiore raffinatezza, esigevano, in vari casi, nonostante la divisione del lavoro, un’educazione tecnica speciale e alcune particolari attitudini, che non era facile trovare negli schiavi, almeno di primo acquisto. Le arti e i mestieri poi costituivano già dal passato, un patrimonio peculiare di alcune caste o classi della popolazione egiziana libera[478]. In Alessandria vi davano ancora un largo contributo i Giudei residenti in gran numero[479]. Finalmente, tutta quella massa avventizia, che traeva alla città dalla campagna, o vi conveniva da ogni altro punto, dovea chiedere al suo lavoro i mezzi di sussistenza; e tanto più era spinta a far ciò, quanto più le comodità della vita più abbondanti, le raffinatezze, rese più comuni, stimolavano meglio i suoi desiderî. Se possiamo applicare ad un tempo anteriore quello che dell’Alessandria de’ suoi tempi diceva Adriano, nessuno vivea ozioso, tutti erano occupati[480].

È poi in quest’epoca ellenistica, a Siracusa, ad Alessandria specialmente, che, per opera di Archimede, di Herone, di Ctesibio, la scienza, mentre segue il suo svolgimento teorico, tenta, d’altra parte, tante sue geniali applicazioni pratiche, e la meccanica, pura ed applicata, riceve impulso e sviluppo. La leva, l’impiego della forza motrice dell’acqua e perfino di quella del vapore; tutte cose destinate in tempo più o meno lontano a trovare applicazioni più o meno efficaci, più o meno estese, sono ritrovamenti e deduzioni di quest’epoca e delle verità in essa accertate. Questo magnifico sviluppo della tecnica costituiva l’elemento dinamico e il sostrato di tutta un’evoluzione del modo e poi della forma di produzione; evoluzione interrotta ancora e strozzata in un ambiente non maturo, ma che, pure a grande distanza di tempo, avrebbe ripigliato e proseguito il suo corso. Giova notare intanto che la tecnica trova l’impulso a nuovi progressi e a nuove applicazioni nel crescente valore del lavoro e nella necessità di sopperire a una maggiore richiesta; onde, anche come indizio delle condizioni della produzione del mondo ellenistico e della nuova fase del lavoro, sono caratteristici e degni di considerazione questi progressi tecnici[481].

In queste città del periodo ellenistico si sente talvolta qualche cosa, che è come un’anticipazione fuggevole delle nostre città industriali, della nostra vita moderna. Quella massa popolare, specie alessandrina, inquieta, volubile, mobile, ha un carattere speciale, pur fra tutte le sedizioni delle città antiche; ha qualche cosa che richiama le convulsioni di Parigi.

L’elemento operaio, crescendo di numero e di forza, si veniva costituendo, come oggi par probabile, se non sicuro[482], in corporazioni, indipendenti di forma e di origine dalle corporazioni romane; e in quelle corporazioni stesse si atteggiava talora a partito[483]. Perfino gli scioperi e le coalizioni, queste armi tanto moderne e tanto caratteristiche della nostra èra industriale, facevano capolino, comunque in maniera attenuata e fuggevole, a Magnesia sul Meandro ed a Paros[484].

Ma, mentre l’Oriente ellenistico, proseguendo e ampliando l’opera della civiltà greca, minava, senza pur avvedersene, l’istituzione della schiavitù, era destinato, col tributo stesso de’ suoi figli, a sorreggerla e alimentarla in Occidente, dove condizioni diverse spingevano la schiavitù per la curva ascendente della parabola, portandola a un grado di sviluppo che, per forza intrinseca, dovea affrettarne la fine. Perchè intanto maturasse la fine, occorreva che l’Occidente conquistasse l’Oriente, e l’Oriente lo conquidesse alla sua volta, insinuando, attraverso tutto il dominio, il suo spirito vitale e i suoi veleni, i suoi modi di produzione e di vita, la sua cultura, le sue ricchezze accumulate, le sue scoperte; che si compisse insomma tutta un’opera di fusione e di assimilazione.

L’Impero romano è il gigantesco organismo politico, entro cui si compie quest’opera di fusione e di assimilazione di tutte le civiltà del mondo antico.

In esso si maturano e si svolgono una nuova coscienza universale etica, giuridica e religiosa e una nuova forma di produzione, che ne costituisce l’antecedente e il sostrato; e in esso la schiavitù, rosa dalla base, più vasta ma omai unica, vacilla e vede segnati i suoi giorni.

Il resto del nostro lavoro consiste omai nel percorrere ancora, in un campo più vasto, la via che già abbiamo battuta, rintracciando in un altro ambiente e sotto aspetti diversi le stesse cause dissolventi della schiavitù, seguendo cioè nel mondo romano un processo economico analogo a quello sin qui osservato. Potremo così riannodare alle più antiche fasi della schiavitù in Occidente la sua fase finale, e seguire in una più larga sfera, fin dove sia possibile, attraverso gli spiragli, per cui è consentito guardare nell’intimo congegno della vita materiale e morale del tempo, il suo lento tramonto.