Il mondo ellenico propriamente detto, e Atene più specialmente, ci dà come un’anticipazione, limitata nello spazio e nel tempo, e prematuramente troncata, del processo, per cui verrà a decadere e perire l’economia servile.

Interrotto con la fine dell’egemonia e poi anche dell’autonomia greca, quel processo riprende, come può, il suo corso, nel mondo e nell’epoca ellenistica, ove la civiltà ha spostato il suo centro di gravità.

Il periodo ellenistico ha il carattere ed il nome da questo diffondersi della civiltà ellenica nelle regioni adiacenti al bacino del Mediterraneo e dal suo innestarsi sulle civiltà più antiche. E questa diffusione e questo innesto erano resi appunto possibili, anzi prodotti da uno sviluppo di condizioni della vita materiale, analoghe a quelle de’ più progrediti centri dell’Ellade.

Sotto l’azione di tali cause, come effetti di una sfera assai più allargata di commercî, di forze attive, di rapporti morali e materiali, sorgevano o crescevano, nell’Asia minore, nell’Egitto, nel bacino occidentale del Mediterraneo, centri cittadini più popolosi di quelli della Grecia propria, con una vita industriale più operosa e molteplice, con una potenzialità produttiva e una circolazione rapida e intensa, quale non era stato lecito vedere sino a questo punto, e quale si può solo supporre guardando agli straordinari e crescenti bisogni, che ogni giorno più chiedevano una più larga soddisfazione.

Per gli auspicî sotto cui era sorta, per la sua posizione privilegiata, per la facoltà di assimilarsi e fondere insieme le civiltà più varie e raccogliere gli elementi etnici più diversi e discordi; Alessandria, nuovo centro dell’Egitto, è come il fuoco di questa ellissi, ch’è il mondo ellenistico; ne è il riflesso, l’esempio, il tipo.

Se, com’è stato detto[473], “in questo tempo il genere umano tendeva a crearsi un nuovo modo di esistenza e, si potrebbe dire, un nuovo modo di aggruppamento molecolare; tendeva a dare a un temperamento nuovo un’espressione durevole, una forma sicura, ed a farla penetrare più addentro in tutti gli ambienti„; Alessandria era uno de’ crogiuoli più adatti e più maravigliosi di siffatta metamorfosi.

Città cronologicamente antica, e pure essenzialmente moderna di indole, di forme, di tendenze, non a torto è stata chiamata la regina del lusso e della moda, la Parigi dell’antichità; ed era più e meno che una metropoli moderna, città internazionale, paradiso ed inferno di godimenti, di scialacqui, di tentazioni, e insieme laboratorio del mondo antico, suo arsenale, suo alimento.

Messa nel centro di un paese, dove era lecito produrre più che in qualsiasi altra regione e con minore fatica, diveniva naturalmente il centro favorito dell’industria. La produzione de’ manufatti più indispensabili e d’uso più immediato e di quelli di lusso, vi attecchiva del pari mettendovi radice; e si sviluppava nelle forme più ampie, consentite dalla richiesta e dall’ambiente. I filati, i tessuti di tutte le fogge e del gusto più bizzarro e raffinato; la lavorazione del legno d’ogni genere, da quello adoperato per le navi e per i carri a quello prezioso usato per i mobili e per i ninnoli; l’estrazione de’ metalli e la loro lavorazione più varia ed artificiosa, che li piegava a tutti gli usi della guerra e della pace, della vita domestica e del lusso; l’industria del vetro, del cuoio, della terracotta, della carta; tutte le industrie insomma e le arti, che nel passato erano lentamente emerse in centri separati, si trovavano qui raccolte e sviluppate[474]. Quelle che già vi aveano una lunga tradizione si erano raffermate e vi rifiorivano; le nuove vi erano state trapiantate e vi prosperavano.

Messa poi, com’era, a cavaliere delle principali vie commerciali, che i suoi sovrani tendevano sempre più a monopolizzare; fatta come per essere il punto d’incontro e il mercato più agevole delle tre parti del mondo antico; essa era l’esempio, il richiamo e lo strumento di tutti i commercî, che alimentavano, insieme, e suscitavano sempre più, con la loro continua pressione, le sue industrie. Dati questi elementi di fatto, non potevano a meno di prodursi, anche qui, quel contrasto, più o meno palese, del lavoro libero e del lavoro servile, e la graduale eliminazione di questo, e tutti quei fenomeni di un’economia più progredita, in cui la schiavitù si viene spezzando come uno strumento poco adatto e impacciante; mentre cominciano, d’altra parte, a sbozzarsi e a germogliare i rudimenti dell’economia capitalistica.

Il numero degli schiavi di Alessandria, che da qualcuno si farebbe salire a dugentomila, è desunto da analogie e congetture, mancanti le une e le altre di una base sicura. In una città, che pareva realizzare un gran sogno di lusso e di piacere, dove la vita turbinava senza posa in una febbre di godimenti, certo non doveano far difetto gli schiavi, ministri di voluttà, addetti a tutti i servizi, che le abitudini sempre più raffinate esigevano e moltiplicavano ogni giorno; ed è sopratutto di questi schiavi che ricorre più facilmente la menzione. Non doveano neppure mancare schiavi in quelle fabbriche, in cui, come in Atene, la divisione e la semplificazione del lavoro potea consigliarne l’impiego.