L’interesse, limitato dalla legge delle dodici tavole, non già, secondo un’ipotesi inverosimile, al 100%[512], ma, secondo una più accettabile interpretazione, al 10% per un anno di dodici mesi e rispettivamente all’8 1⁄3 % per un anno di dieci mesi[513], ci fa vedere, in realtà, come i capitali esistenti fossero inadeguati alla richiesta, e quanto alto salisse d’ordinario l’interesse, se la legge l’avea stabilito in una misura pur di tanto superiore al reddito ordinario della terra.
Le vicende della pace e della guerra e quelle ancora più ordinarie delle stagioni sopra aziende agricole di limitata estensione e produzione facevano sì che la plebe, la classe ancora meno provveduta, rasentasse sempre l’abisso del debito, pronta a cadervi per non uscirne più mai. Avvenimenti poi come l’invasione e l’incendio gallico, dietro cui non rimanevano salve che la terra e la parte di scorta metallica sfuggita alle rapine e alle taglie, aveano reso più acuto il bisogno e più forte l’impero della moneta, più rara e più richiesta[514].
Questa manifestazione sociale-patologica dell’infierire dell’usura, propria di dati tempi, in paesi di economia poco progredita, costituiva per la società romana uno stato di equilibrio instabile, che dovea trovare la sua risoluzione e il suo rimedio in una estensione della schiavitù.
Se, come pare[515], ciò che dava a’ patrizi (sotto il qual nome del resto la tradizione volle fors’anche intendere i ricchi) l’egemonia economica e la possibilità di mutuare, era massimamente il possesso sempre crescente dell’ager publicus; in questo impiego usurario del danaro e nelle forme rigorose in cui si esplicava, si può vedere non solo una conseguenza dell’angustia economica che non consentiva altri modi d’impiego, ma un mezzo di appropriarsi il lavoro altrui, sia indirettamente sotto forma d’interesse, sia, più ancora, direttamente con l’addictio del debitore moroso, divenuto così a tempo o in perpetuo, il servo del creditore, che in un caso l’adoperava nelle sue coltivazioni e in un altro lo vendeva o permutava con uno schiavo straniero. La lex Paetelia, è intesa da Livio[516] e da’ più come la liberatrice della plebe che faceva de’ beni e non del corpo del debitore la garentia del creditore. Ma, se proprio si potesse ritenere, come qualche interprete[517] vorrebbe, secondo un’ipotesi repugnante alla tradizione, che essa si limitasse soltanto a modificare le forme anzi che la sostanza del diritto del creditore, l’addictio dovette essere poi ristretta od eliminata, in fatto più che in diritto, dall’estensione della schiavitù, che rendeva non necessaria quella maniera d’acquisto d’incommodi servi, e da forme di procedure, che rendevano più agevole e possibile l’espropriazione del debitore.
Le dodici tavole, veramente, oltre a rivelare, in questa forma indiretta, il bisogno della schiavitù, crescente col progredire delle condizioni economiche, rivelano anche, in maniera più prossima, che questo bisogno cercava il suo soddisfacimento, e la schiavitù si andava sempre estendendo nella società romana.
Infatti nelle dodici tavole troviamo irrogata la pena di cencinquanta assi pel ferimento del servo[518], e d’altro lato la menzione della pena comminata al servo ladro[519]. Ricorrono anche disposizioni sullo statu liber[520], il servo manomesso sotto condizione, con un accenno, forse, a quel peculio[521], che, meglio sviluppato appresso, è destinato ad avere tanta importanza nelle condizioni e nelle sorti della schiavitù; vi si fissa la norma per la devoluzione al patrono dell’eredità del liberto morto senza testamento[522], e si sancisce finalmente la responsabilità civile del padrone per i fatti delittuosi e colposi del servo[523].
Tenuto conto dello spirito della legislazione decemvirale, che, in maniera rapida e comprensiva, fissa le sue norme, regolando interessi pratici e concreti; si può dire che, se anche non molto diffusa, pure, relativamente alle condizioni economiche del tempo, la schiavitù cominciava ad essere un elemento integrante del patrimonio e della vita economica; e maggiore tendeva a divenire nell’ambiente sempre più largo che Roma si formava e nell’affluire alla città dominatrice di tante forze economiche, che le vittorie omai più numerose e feconde richiamavano con successione sempre più frequente e costante e che la illimitata libertà di testare sancita dalle dodici tavole[524], il giro più rapido della ricchezza e la vita economica sempre meno compressa e più complicata tendevano a raccogliere in poche mani.
III.
Il popolo che doveva giungere a dare il suo nome al mondo antico e doveva dare a tante parti di esso l’impronta della sua fisonomia, compiva questa sua funzione nella storia con l’assimilarsi i caratteri e le attitudini de’ popoli, che assoggettava o con cui veniva in contatto, trovando così in una straordinaria potenza e varietà di adattamenti il segreto e la fortuna del suo dominio e il mezzo più potente della fusione di così diversi elementi in una grande organizzazione politica e civile. A misura che la sfera d’azione di Roma si estendeva e se ne ampliava il dominio, la vita romana si modificava sotto l’azione di tutte le correnti e di tutte le forze economiche e morali che vi s’insinuavano e, dominate, riescivano a dominarla; e quanto più vasto era l’ambito, su cui l’attività romana si esercitava, e più vari gli elementi, con i quali veniva in rapporto, tanto più profondi e complessi n’erano gli effetti.
Roma, uscita vittoriosa da quelle sue più antiche guerre, combattute sul suo stesso territorio o in quello adiacente, procedeva a guerre sempre più lontane e più gravi; e la storia tradizionale tiene a rilevare come, di volta in volta, ad ogni impresa fortunata si arricchisse di terre e di prede, onde i vinti erano come multati. L’assoggettamento della Sabina avea fatto gustare per la prima volta la ricchezza a’ Romani. Ma, quando estesero il loro dominio all’Italia centrale e agli estremi lembi dell’Italia meridionale, oltre al vantaggio immediato delle prede e degli acquisti, si creò una condizione di cose, che dovea dare un diverso e non preveduto indirizzo alla loro politica ed alle loro forme di vita. Non solo era così data l’occasione ad entrare nella politica de’ grandi stati del Mediterraneo; non solo la civiltà più raffinata della Campania e delle colonie greche suscitava esigenze e rapporti, di cui poteva valere come indizio l’argento di recente adottato quale tipo monetario[525]; ma il nuovo e più grande dominio costituiva, nel suo insieme, per le sue stesse condizioni naturali, un ambiente in cui l’economia romana, il vecchio modo di produzione, la base stessa della vita romana ed italica si dovevano trasformare.