“Per l’agricoltura italica — dice il Nitzsch[526] — era della più alta importanza che i Romani, ora, mercè le colonie e l’ager publicus, fossero signori delle montagne e del piano. La schiacciante preponderanza della pastorizia, come si trova in Ispagna e in Italia a danno della coltura della terra e di una coltivazione intensiva, è solo possibile, dove si può evitare l’allevamento nelle stalle. La necessità di riparare, all’inverno, le greggi nelle stalle obbliga anche il più grande proprietario fondiario a limitare il suo bestiame, giacchè egli deve provvedere non solo al riparo e alla custodia, ma anche all’alimento invernale. Questa necessità non vi è più, dove le greggi, col principio d’inverno, possono trovare pastura in luogo dove il clima e il pascolo permette ad esse di trascorrere, senza inconvenienti, i mesi freddi a cielo aperto. A’ paesi settentrionali d’Europa mancano questi pascoli e mancano a’ montanari d’Italia, se le pianure delle marine non sono accessibili alle loro greggi. Così, se possiamo sostenere che il bestiame de’ Sanniti e de’ Lucani era limitato, quando le Puglie e le coste del Golfo di Taranto non erano loro soggette, o non potevano servire di pascolo; del pari non possiamo non rilevare che anche le greggi delle pianure non potevano essere eccessive, finchè non erano loro dischiusi i pascoli montani per l’estate. L’aridità della campagna romana e delle Puglie, la malaria del Golfo di Taranto portano l’epidemia e la morte agli agricoltori e a’ pastori e specialmente al bestiame. Che questo stato malsano delle marine italiane sia cresciuto nel Medio Evo, ma che già vi era nell’antichità, è risaputo. Se anche i boschi dell’Appennino non erano così barbaramente devastati e le pianure delle coste non ancora così desolate ed appestate a cagione de’ latifondi; tuttavia l’afa di un’estate italiana, il freddo di un inverno di montagna erano insopportabili per le greggi e gli armenti dell’antica Italia come per gli odierni.

“È difficile dire se le guerre delle città della Magna Grecia con i barbari del paese montuoso adiacente portassero in qualche modo, da una parte e dall’altra, all’ampliamento de’ pascoli e dell’industria armentizia: notiamo soltanto che la produzione della lana sul Golfo di Taranto doveva essere ancora insignificante, se i Sibariti si provvedevano di oggetti di lana a Mileto (Timaei Fragm. ed Mueller, p. 286). Nè nel Lazio, nè in Etruria, nè sul rimanente littorale occidentale si vede, prima del dominio de’ Romani, lo sviluppo della pastorizia che appresso incontriamo. Ma quando i Romani alla fine della seconda e, meglio ancora, della terza guerra sannitica penetrarono con le loro colonie nella zona interna dell’Appennino e anche ivi ridussero ad ager publicus larghi tratti di territorio, fu loro ben possibile di aumentare il loro bestiame. Livio (X, 23 e 47) menziona già per la prima volta alla metà del quinto secolo condanne di pecuarii. Sembra inverosimile che la legge licinia abbia limitato col possesso della terra coltivabile anche il diritto di pascolo, perchè la pastorizia, come già si è mostrato innanzi, era limitata in que’ tempi dalle condizioni dell’ager publicus, dalla mancanza di grandi pascoli estivi in montagna. Non appena i Romani se ne ebbero procacciati mercè le loro conquiste nell’Appennino interno, allora, per la prima volta, sopravvenne il pericolo di una preponderanza della pastorizia. Al tempo stesso fu possibile a’ Romani di prendere parte diretta al commercio del Mediterraneo. Mancavano loro finora i grandi prodotti di una ricca regione interna, con cui Cartagine faceva il suo esteso traffico, e mancava anche l’attività industriale delle città greche, lo smercio de’ cui prodotti avveniva specialmente per mezzo di Corinto. La grande maggioranza de’ proprietari terrieri romani poteva riserbare per mercanti stranieri solo piccola parte della loro produzione agricola, e, finchè vi fu questo felice limite del possesso fondiario, non vi era da pensare per Roma ad un proprio ceto commerciale e ad un naviglio mercantile„.

Ma questo così vasto demanio, se in parte rimase direttamente in potere dello Stato e in parte servì a fondare colonie e a farne assegnazioni a’ meno abbienti, per una parte assai maggiore andò a finire nelle mani della nobiltà, che, avendo già l’egemonia politica, la faceva valere e la rassodava, sorreggendo ed afforzando la sua posizione economica.

Del resto per molte ragioni, su alcune delle quali accadrà di fermarsi appresso, i meno abbienti avrebbero, sotto certi aspetti, poco potuto avvalersi di queste terre pubbliche.

Molte di esse erano forse più appropriate al pascolo che non alla coltura; molte altre erano in luoghi distanti da centri abitati, forse impervii, dove solo una completa azienda rustica poteva menare innanzi la coltura, non già un contadino isolato. Si trattava pure, per lo più, di terre incolte, che occorreva dissodare con impiego non indifferente di spese e di lavoro; mentre, d’altro canto, bisognava cominciare a pagare la decima allo Stato concedente.

Nella valle del Po e, in luoghi, dove abbondanza d’acqua, agevolezza di vita, esigenze militari, opportunità politica e l’opposizione non ancora ridesta e organizzata delle classi dominanti l’aveano voluto e permesso, s’erano fondate colonie o fatte assegnazioni; ma altrove era il possesso de’ ricchi che si stendeva sul demanio pubblico col progresso, se non così lento, certamente continuo e sicuro come quello dell’edera che si attortiglia alla pianta vigorosa per avvincerla tutta tra le sue spire.

Si occupava non solo la terra, che si poteva coltivare di presente, ma quella ancora che si aveva speranza di coltivare[527], e si andava diritti alla formazione del latifondo e alle forme sotto le quali esso è messo a profitto.

Altro ancora si aggiunse a favorire e precipitare questa tendenza.

La guerra, malgrado il suo carattere talvolta necessario e la speranza spesso ingannatrice di attesi vantaggi immediati, era stata, come appare dalla tradizione raccolta da Livio, la preoccupazione e il tormento della classe agricola, del ceto di agricoltori obbligati a coltivare direttamente la terra e messi nella triste alternativa di vedere il proprio campo desolato da’ nemici o dall’abbandono, in cui lo lasciava il coltivatore guerreggiante in paese nemico.

Il soldo militare, introdotto dopo la presa di Veio[528], avea attenuata una delle gravezze, a cui il soldato andava incontro, e la guerra portata sempre più lontana da’ propri confini esimeva il campo dalla devastazione de’ nemici, ma non lo rendeva meno deserto con la più protratta lontananza del suo coltivatore.