La guerra annibalica, agitata in Italia, riprodusse, a un tempo, tutti questi mali: il tributo, la lunga milizia, il saccheggio; e, se tutti n’ebbero danno, più danneggiati furono i piccoli possidenti, che più facilmente andavano in ruina al menomo squilibrio, e che aveano le loro terre ne’ piani, teatro della guerra, mentre gli armenti si ritraevano su’ monti, protetti dalla prudenza, secondo qualcuno anche troppo calcolatrice di Fabio.
La concorrenza de’ cereali della Sicilia, dove l’agricoltura era rifiorita, risorgendo dalla distruttrice opera di Agatocle[529], e poi la concorrenza più vasta dell’Africa, resa sempre più possibile ed estesa dalle strade, che, più e più, si diramavano per l’Italia, solcandola, minavano con azione più lenta ma anche più sicura il piccolo proprietario e il fittaiuolo italico coltivatore di cereali.
L’egemonia continuamente progrediente di Roma faceva di Roma e delle sue classi dominanti come il vampiro del mondo, la piovra di tutta l’attività produttrice del mondo soggiogato; e, sotto forma di preda, di tributi, di decime, di appalti, di ruberie e perfino di eredità, i tesori del vasto dominio si venivano accumulando nelle mani di una categoria sempre più ristretta di persone, occupate, per dirla con l’emistichio solonico[530], a spannare il pingue latte, di cui il fiore più veniva alla superficie, quanto più n’era continuo e turbinoso il rimescolio.
Questa gara sfrenata dell’opulenza, eccitata e resa necessaria dallo stesso crescere e concentrarsi della ricchezza, assorbiva la piccola proprietà, insidiandola col litigio cavilloso, occupandola con la violenza, tentandola con le lusinghe di una vita più molle, liberandola da ogni vincolo, che la potesse rendere più o meno inalienabile e creandole intorno quell’ambiente di leggi, di cui può valere come un sintomo eloquente la legge agraria del 643 a. u. c.; ciò sino al punto che potè sembrare tutta la ricchezza di Roma si accogliesse in non più che due mila persone[531].
Questo stato di cose — la proprietà fondiaria e la ricchezza mobile, riunite in una cerchia sempre più ristretta — voleva dire il monopolio del mezzo di produzione, la terra, e, data la facoltà sempre maggiore di acquistare schiavi, la possibilità di dare a quel mezzo di produzione un movimento quasi automatico.
Così sulle rovine del piccolo possesso e della piccola proprietà si elevava il latifondo, e al posto dell’agricoltore subentrava il pastore e al posto del libero lo schiavo.
IV.
L’Italia peninsulare ogni giorno più si sentiva spinta a rivolgersi ad altre nazioni per provvedere al suo bisogno di cereali[532]: successivamente e in varia misura, si volgeva alla Sardegna, all’Africa, all’Egitto, alla Spagna, alla Gallia, alla Beozia, alla Cilicia, alla Siria, alla Brittannia perfino in tempi più avanzati[533]; ciò che era al tempo stesso un indizio e un fomite dell’abbandono graduale della coltura cereale, la quale ogni giorno più cedeva il posto a un impiego della terra più remunerativo.
Già Catone, nello scrivere il suo trattato sull’agricoltura, determinando l’utilità decrescente delle varie colture, metteva in primo luogo la vigna, poi l’orto irriguo, e successivamente il saliceto, l’oliveto, il prato, il campo frumentario, la selva cedua, l’arbusto, la selva ghiandifera[534].
E appresso, nel trattato di Varrone, un interlocutore, rilevando che non tutti s’accordavano nella classificazione di Catone, metteva in cima ad ogni coltura il prato[535], il che mostra che, da Catone a Varrone, col progresso del tempo, la pastorizia aveva sempre più acquistato il sopravvento sull’agricoltura.