Quanto alla scarsa produttività, essa è risentita quanto più i prodotti, invece che al consumo, sono destinati ad essere messi in circolazione sotto forma di merce; e inoltre la possibilità, esistente in questo periodo più remoto, di avvicendare la terra e mettere successivamente a coltura larghe estensioni di terre incolte, dissimulava, se non elideva, la scarsa produttività del lavoro servile. La varietà poi delle colture e dell’impiego del latifondo, ove s’introducevano anche forme più o meno rudimentali d’industria, dava agio di tenere variamente occupati nel corso de’ mesi gli schiavi, onde il fondo era dotato. Ove poi si consideri come la pastorizia dilagava continuamente, soverchiando ogni altra forma d’uso della terra, sarà facile rilevare che una funzione continua e quasi inerte, come quella de’ custodi del bestiame, poteva meglio essere disimpegnata da servi che non da liberi. Per giunta, in uno stadio molto rudimentale della pastorizia, si lasciava che tutto andasse innanzi e si svolgesse, si può dire, automaticamente; e questi custodi di greggi e di armenti, lasciati allo stato semi-selvaggio tra boschi e lande erbose, erano talora abbandonati a sè stessi[558], perché provvedessero, alla peggio, con ogni espediente e, all’occorrenza, anche con le rapine a’ bisogni dell’esistenza. Questo sistema, naturalmente, era possibile assai più con i servi che non con elementi liberi.
E a questa opportunità, per le condizioni del tempo sentita, di impiegare schiavi, corrispondeva anche la facilità di ottenerli.
Le guerre fortunate e le conquiste si risolvevano in una sorgente feconda di schiavi.
Lasciando stare i tempi più remoti, tra la sola fine del sesto e il principio del settimo secolo di Roma, stando alla tradizione liviana, erano stati ridotti in ischiavitù nel 544/210 dieci mila prigionieri di guerra, nel 546/208 quattromila, nel 552/202 milledugento, nel 554/200 trentacinquemila, nel 557/197 cinquemila, nel 564/190 millequattrocento, nel 587/167 centocinquantamila[559].
Il tempo successivo, che dischiuse a’ Romani le porte dell’Oriente e vide le clamorose sconfitte d’incursioni barbariche e il consolidamento e l’ampliamento del dominio romano in ogni verso, rese più feconda la messe di schiavi[560].
Senza aspirare a determinare, con la precisione di cifre facilmente illusorie, la popolazione servile[561], si può avere una idea del suo sviluppo dal prodotto della tassa imposta alle manomissioni, la cui sola introduzione è un sintomo per sè notevole, e che nello spazio di centoquarantotto anni, dal 397/357 al 545/209, rese quattromila libbre pesanti d’oro[562]. Ed è dalla fine del sesto secolo che la schiavitù prende uno sviluppo anche maggiore.
Su’ prezzi medi di uno schiavo in questo periodo non è facile pronunziarsi[563]; ma dovettero essere assai oscillanti.
Se di Catone è riferito che non pagava mai uno schiavo oltre le millecinquecento dramme[564] e che, nella sua riforma del tributo, considerò come oggetto di lusso uno schiavo al disotto di venti anni del valore di diecimila sesterzi[565], il costo degli schiavi al suo tempo non doveva essere elevato; e delle oscillazioni a cui potè andare incontro e del livello a cui talvolta potè discendere, vale a darci un’idea, la notizia che, nel bottino fatto nel Ponto da Lucullo, gli schiavi si vendevano sino a quattro dramme[566].
Questa instabilità di prezzi, che, a lungo andare, avea anche i suoi inconvenienti, doveva, nondimeno, specie ne’ primi rinvilii eccitare tanto più il bisogno già sentito di schiavi.