È vero che Varrone[549] dà un valore relativo a questi calcoli, ma, anche accettandoli con le debite riserve, resta sempre che il numero delle braccia si andava limitando, e tanto più forse, quanto la pastorizia più estesa forniva bovi da lavoro.
Quanto alle pecore era vario il numero de’ custodi. Varrone[550] suggeriva un pastore per ogni ottanta pecore, Attico per ogni centinaio; ma, quando sorpassavano il migliaio, lo stesso Varrone osservava che se ne poteva ben ridurre il numero.
Per una mandra di cinquanta cavalli Varrone[551] fissa due uomini. Un piccolo servo bastava poi alla cura degli asini[552]. E talora alla custodia delle greggi e degli armenti venivano appunto adoperati donne e fanciulli[553].
Durante questa metamorfosi dell’economia agricola e nel periodo che la precedette e la preparò, tutto favoriva l’impiego sempre più diffuso della schiavitù.
Il gravoso servizio militare, che distraeva i proprietari dalla cultura de’ fondi, li obbligava a surrogare l’opera loro con altra ugualmente stabile; e l’opera de’ servi doveva avere carattere di continuità più di quella del lavoratore mercenario, a prescindere dalla considerazione che, dal tempo di Polybio, già i minori abbienti stessi erano arrolati[554], e dopo Mario l’esercito si reclutava anche tra i proletari[555].
La stessa media e piccola proprietà dunque era spinta a far uso di schiavi.
Che se alcuni fondi erano siti in luoghi remoti e lontani da centri che potessero fornire l’opera mercenaria, l’impiego degli schiavi diveniva una inevitabile necessità. Come mostra l’aneddoto di Attilio Regolo, il mercenario, nell’assenza del padrone, facilmente abbandonava il fondo[556] e contro lui non vi era, quando v’era, che un’azione civile, mentre v’era ben altro modo di ricondurre al podere il servo fuggitivo.
I latifondi poi, che si andavano formando, per la loro destinazione a pascoli o per la loro situazione in luoghi di recente dissodati e per la loro stessa estensione, si trovavano assai spesso lontani da centri abitati ed esigevano, per tante ragioni, la presenza e l’assistenza continua di quell’instrumentum vocale, che, secondo l’espressione di Varrone[557], erano gli schiavi.
Tanti degl’inconvenienti dell’opera servile non potevano ancora essere sentiti e sensibili, in questo periodo, ne’ latifondi.
Si è già altrove rilevato, come l’opera degli schiavi è poco produttiva, e s’accorda male con la coltura de’ cereali, la quale esige un lavoro da un lato discontinuo, e, dall’altro, in date ricorrenze, contemporaneo di molti.