Parrà forse difficile a spiegare come, mentre da un lato si veniva così rilevando il concetto dello schiavo e si vedeva la necessità di migliorarne il trattamento, mettendo anche all’occasione in pratica il precetto, d’altra parte, proprio in questo periodo, ci vengono segnalati casi di singolari maltrattamenti degli schiavi e atti di raffinata crudeltà.
Eppure le due cose sono meno inconciliabili di quel che sembri a prima vista.
La critica di una istituzione sorge all’apparire de’ giorni di malessere che ne iniziano la decomposizione, e come effetto di quell’intima dissoluzione che trova nella critica un aiuto e un mezzo atto ad accelerarne il cammino. Ma, per ciò stesso, la critica precorre la reale e completa fine dell’istituzione che mira a scalzare, e i nuovi indirizzi morali e le teorie, che costituiscono il lato positivo della critica, riflettono una realtà non ancora maturata ma che diviene. Al medesimo tempo i rimedî, che, nell’ambito degli stessi antichi orizzonti morali, si escogitano come mezzi termini tra il passato e l’avvenire, o come puntelli d’istituzioni crollanti, non sempre riescono ad avere una pratica applicazione, nè l’hanno contemporanea ed universale. Come in tutti i periodi di transizione, vi è, ad un tempo, conflitto e coesistenza di elementi diversi, anacronistici nella loro identità cronologica, congiunti nel tempo ma disgiunti e opposti nello spirito che gli anima; e lo stesso processo di dissoluzione, che avanza, moltiplica gli inconvenienti che fanno l’istituzione sacra alla morte, ne accentua le anomalie, ne rende più stridenti i contrasti, dando così a tali periodi storici quel particolare aspetto di confusione, in cui il misoneismo e l’angustia d’orizzonti fanno vedere a molti contemporanei come l’apocalittica fine di un mondo, col quale non finisce una delle forme della vita ma la vita stessa.
Se in alcuni casi, in determinate condizioni, molte cose consigliavano e conducevano a trattar meglio gli schiavi, in certi altri il disagio economico crescente, la minore produttività del lavoro servile, la reciproca concorrenza col lavoro libero costringevano ad usufruire sino all’estremo e senza riguardi gli schiavi e, sopratutto, a ridurne il costo di mantenimento.
Altre volte il maltrattamento degli schiavi poteva essere effetto di varietà di temperamento ne’ padroni, le quali erano più forti, nella loro reazione, de’ nuovi influssi morali.
In altri casi se il valore degli schiavi era una ragione di cura maggiore per le modeste fortune, non poteva avere lo stesso effetto nelle enormi fortune, i cui proprietarî dissipavano, senza un pensiero al mondo, la forza e la vita de’ loro schiavi, così come dissipavano e profondevano le altre loro ricchezze.
Quella disparità crescente di fortune, che si risolveva in una degenerazione progressiva di ricchi e di poveri, e ch’era un lievito di vizî e di corruttele, impronta di un mondo destinato a sfasciarsi per risorgere trasformato, portava anche come conseguenza lo spettacolo di deformità morali invincibili, che, con la loro ombra, doveano meglio mettere in luce ed evocare gli ideali nuovi e l’opera di rinnovazione morale.
Lo stesso venir meno di quel fondamento della schiavitù, che, involuto nella tradizione, ne costituiva la legittimazione non solo giuridica ma anche economica e morale, doveva dar ansa alla reazione sorda e individuale, occulta e incoercibile, degli schiavi e fecondare contrasti che terminavano con atti di crudeltà.
Così tutto, il bene e il male, la sevizia e l’indulgenza, l’allentarsi del rapporto sotto un’azione morale e il suo incrudelirsi per effetto di una necessità presente, tutto concorreva a minare la schiavitù. Erano tanti germi di dissoluzione, che si apparecchiavano meglio a fruttificare sotto l’Impero, ambiente favorevole al loro svolgimento.