Lo stoicismo, processo ideale che, mediante e attraverso le cumulate esperienze della vita e della storia, attraverso le differenze accidentali e le analogie sostanziali de’ popoli assorgeva al concetto di uomo e di una vita morale superiore ed emancipata dagli ordini giuridici e politici e dalla stessa vita pratica; non faceva che tendere a divenire sempre più l’espressione rigida e schematica di questo stato di cose e di coscienza.
Intanto la stessa azione della nuova vita trasformata e sintetizzata nel sentimento di forma inconsapevole e spontanea, trovava fomite e concorso in moventi utilitarî, in costrizioni esterne, che talvolta si larvavano della tendenza morale disinteressata, tal’altra ingenuamente si mostravano per quello che erano.
Uno schiavo era poi, infine, una proprietà che, quanto si era meno opulenti e dissipatori, più voleva essere curata e tenuta da conto, non foss’altro che come il resto di quell’istrumentum vocale sotto cui Varrone comprendeva gli schiavi. E quando il prezzo degli schiavi saliva, o, per ragioni diverse, lo schiavo costava molto, la cura doveva raccomandarsi da sè. Il vignaiuolo, a cui Columella[801] assegnava un prezzo di ottomila sesterzi, non lo si poteva vedere, in qualunque maniera, andare a male senza rincrescimento.
Anche le rivolte servili, di cui l’eco si faceva lontana ma che pure durava, non v’erano state inutilmente, e qualche insegnamento ne veniva da esse e dalla reazione sorda o palese, lenta ma continua, che a quella era succeduta.
Catone, poi, nelle agevolezze concedute agli schiavi cercava e confessava, senza peritanza, una ragione ed un fine di utilità[802].
Varrone[803] parlando de’ sorveglianti dice che “non bisogna conceder loro di condursi in modo da tenere in freno gli schiavi con la frusta piuttosto che con le parole se anche sia possibile riuscirvi in ugual modo. Nè si debbono tener molti schiavi della stessa nazione. Da ciò massimamente vengono de’ danni domestici. I preposti debbono essere resi più alacri con premi e si deve fare in modo che abbiano peculio e serve ad essi congiunte, da cui abbiano figli. Con ciò si rendono più stabili e più attaccati al fondo. È per questi rapporti famigliari che gli schiavi epiroti sono più raccomandati e più cari. Debbono essere anche allettati i preposti con l’usar loro qualche tratto d’onore, e, se vi sono operai migliori degli altri, bisogna discorrere con loro sul da fare, perchè, quando si fa ciò, son condotti meno a credere d’essere tenuti in dispregio dal padrone e pensano invece d’essere avuti in conto da lui. Si ottiene pure che mettano più impegno nel loro compito con l’essere più liberali verso di loro sia ne’ cibi che nelle vesti e condonando qualche lavoro e facendo loro qualche concessione, come lasciare che possano pascere nel fondo qualche animale proprio e simili altre cose, così che, se accada di comandar qualche cosa di più gravoso o di castigarli, ciò, consolandoli, ridesti in loro il buon volere e la benevolenza verso il padrone„.
E Columella non solo raccomanda di riparar bene i servi dal freddo, nell’interesse stesso del padrone, ma dà sul loro trattamento questi più generali suggerimenti.
“Quanto agli altri servi sono da seguire questi precetti, che io non mi pento mai di avere osservati, in modo che con gli schiavi di campagna, i quali non si conducevano male, io discorrevo più spesso che non con gli schiavi di città, e, vedendo che l’affabilità del padrone alleviava la loro perpetua fatica, celiavo talvolta con loro e più ancora permettevo che essi celiassero con me. Spesso faccio anche come se mi consigli con alcuni di loro su’ nuovi lavori, quasi con persone più perite..... Allora vedo che anche si accingono più volentieri all’opera che credono deliberata insieme a loro e intrapresa secondo il loro avviso„[804].
Quanto peggiore anzi era la condizione degli schiavi, tanto più Columella suggeriva di evitare loro maggiori aggravi e alleviarne il disagio, in quanto fosse possibile. Così per gli schiavi incatenati diceva[805]: “Tanto più diligente deve essere la sorveglianza del padre di famiglia su questa categoria di servi, perchè non sieno maltrattati nelle vesti e nelle altre provvisioni, quanto più, soggetti come sono a maggior numero di persone quali i fattori, i capi d’arte, gli ergastolarî, sono più soggetti ad abusi e si rendono ancora più pericolosi se stizziti dalla crudeltà e dall’avarizia. Così il padrone diligente chieda tanto a loro come a’ servi non incatenati, cui si può aggiustare più fede, se ricevono tutto quanto egli ha loro assegnato. Assaggi egli stesso se son buoni il loro pane e la loro bevanda: veda le vesti, i manicotti, i calzari. Spesso dia loro modo di fare le loro doglianze su quelli che li aggravano con la crudeltà o con la frode. Anche noi talora rendiamo ragione a quelli che muovono giuste doglianze, allo stesso modo che castighiamo quanti provocano sedizioni nella servitù e calunniano i loro preposti: del pari premiamo gl’industriosi e i solerti. Alle donne più feconde, che occorre ricompensare quando hanno raggiunto un certo numero di figli, concediamo talvolta il riposo e anche la libertà dopo che ne hanno allevati parecchi. Giacchè a quelli che aveano tre figli toccava il riposo e a chi ne aveva più la libertà. Queste cose e la giustizia e la solerzia del padre di famiglia conferiscono assai ad accrescere il patrimonio„.
Notevole anche è quanto dice Columella, dove, trattando de’ compiti della moglie del fattore (vilicus), le suggerisce di visitare al mattino la fattoria per vedere se vi sono ammalati o finti ammalati. “E, se anche comprenderà che si tratta di una finta malattia, conduca nondimeno il servo, senz’altro, all’infermeria; giacchè giova meglio che, stanco dal lavoro, se ne stia quieto e custodito uno o due giorni e non che, oppresso dalla soverchia fatica, finisca col recare qualche danno reale„[806].