Anche la condizione de’ liberti non poteva fare a meno di esercitare un’azione sul modo di considerare gli schiavi.

I liberti cominciavano a costituire, come avvenne poi — e ce lo attestano le epigrafi — in grado sempre più rilevante sotto l’Impero, l’elemento più attivo e industrioso della cittadinanza. La necessità della vita li obbligava ad esercitare i mestieri anticamente esercitati durante la schiavitù e a rendersi operosi per sopperire a’ proprî bisogni, per fare fronte alle gravezze imposte da’ patroni. La stessa condizione d’inferiorità morale dovuta alla loro origine li ricacciava con più forza nel mondo degli affari, come accade di tutti gli elementi colpiti d’incapacità politiche; e, poichè la legge Claudia interdiceva all’ordine senatorio il commercio, i liberti divenivano prestanomi e intermediarî di membri dell’ordine senatorio per esercitarlo. Con l’importanza poi sempre crescente della proprietà mobile, la considerazione e la potenza de’ liberti, che, per via diretta o indiretta, a nome proprio o d’altrui n’avevano quasi il monopolio, cresceva di quanto cresceva la potenza del danaro, di cui essi erano i più autentici rappresentanti.

Molti di questi liberti, come tutti i nuovi arrivati, cercavano, quando, fatta la fortuna, volevano circondarsi di prestigio morale, di far dimenticare la loro origine accentuando il loro distacco dagli schiavi, ostentando dispregio per loro, trattandoli male[798]. Ma, se ciò accadeva a’ liberti che salivano per fortuna e per posizione più in alto, gli altri, come lo mostrano le epigrafi dell’epoca imperiale, erano costretti ancora a serbare con gli schiavi gli antichi rapporti, a fare in certo modo vita comune con loro e ad elevarli quindi per riflesso.

Inoltre, indipendentemente dal contegno che i liberti potessero serbare verso gli schiavi, il semplice loro movimento continuamente ascendente, la vista di antichi schiavi liberati, innanzi alla cui porta facevano ressa persone del più elevato grado sociale per mendicare prestiti, come appresso, nell’epoca imperiale specialmente, vi andrebbero per mendicare favori, si doveva naturalmente riflettere sugli schiavi, di cui si poteva dire che avessero in potenza il potere che i liberti avevano in atto.

S’intende bene allora quale azione dovesse avere tutta questa serie di fatti nel formare una nuova coscienza, che non poteva tardare a sorgere, come riflesso necessario di una mutata condizione di cose.

E una delle prime e più compiute espressioni di questa nuova coscienza ce la dà un tratto veramente notevole di Dionigi d’Alicarnasso[799], tanto più notevole forse quanto più dimessa è l’indole dello scrittore.

Anacronistico anche questa volta, Dionigi mette in bocca nientemeno che a Servio Tullio parole, che sembrano un’anticipazione di quelle usate da Seneca verso gli schiavi e che suonano così: “Innanzi tutto disse di meravigliarsi di quelli che si sdegnano, se credono che i liberi si distinguono da’ servi per natura e non per vicenda di fortuna; e poi, non giudicano quanto sieno degni di onore gli uomini da’ costumi e dalle maniere, ma dalle prosperità, pur vedendo che cosa oscillante e instabile è la fortuna e che a niuno anche veramente felice è agevole il dire sino a quando essa durerà. Credeva che dovessero considerare quante città greche e straniere dalla servitù erano passate alla libertà e quante dalla libertà alla servitù....„.

Naturalmente a nessuno può mai venire in mente di attribuire valore storico a questo preteso discorso di Servio Tullio, ma esso può valere come un segno della coscienza dello scrittore e de’ suoi tempi; ed è tanto più notevole che Dionigi abbia potuto attribuire a Servio idee ed espressioni come queste.

Questa nuova coscienza, riflesso e conseguenza della nuova vita e delle nuove esperienze, era l’indice della rivoluzione morale generata dalla rivoluzione economica e che, quanto più si svolgeva, appariva come l’opera di un puro processo ideale, sorto in maniera indipendente e che seguitava ad esercitare la sua azione come tale.

Veramente questa trasformazione morale, di cui non sempre i posteri hanno saputo vedere l’origine indiretta e remota e di cui tanto meno potevano vederla i contemporanei, distinta quanto più ne era la radice, seguitava poi ad operare inconsapevolmente e continuamente, anche come schietto movente morale, sotto forma di spontaneo impulso individuale e di sanzione dell’opinione pubblica. La rivolta del sentimento pubblico, avvenuta ne’ primi tempi dell’Impero, contro il decretato supplizio de’ molti schiavi ritenuti solidalmente responsabili dell’ignorato assassino del padrone e di cui Tacito[800] ci ha tramandata la memoria, può valerci d’esempio.