È vero, era precluso a’ libertini l’adito alle alte magistrature; era chiuso il senato; si cercava di tenerli ricacciati in una tribù urbana per contenerne l’effettiva azione politica e scemarne l’importanza; ma a tutto ciò corrispondeva una tendenza ne’ libertini di guadagnare terreno, di farsi innanzi; e lo stesso provvedimento di ridurli in una tribù urbana era stata una misura di reazione contro la politica del censore Appio Claudio, che, avendo vanamente tentato di aprire loro la via del senato, li aveva intanto sparsi per le tribù rustiche[789]. Si faceva, è vero, all’occasione valere come una macchia la loro origine, ed erano fatti segno all’ostentato disprezzo delle classi più elevate[790]; ma intanto guadagnavano importanza e potere effettivo nella vita pratica, acquistavano credito e considerazione nelle classi medie della popolazione, esercitavano una funzione notevole nella flotta, ed erano alla vigilia di avere, con l’avvento dell’Impero, un largo posto nella gerarchia amministrativa.

Nelle congiure tramate e nell’infuriare de’ dissensi civili si faceva, poi, assegnamento sugli schiavi, si prometteva la libertà in premio della loro partecipazione[791], e così, a scopo partigiano sì, ma pur sempre si chiamavano i servi a dignità di cittadini o si mettevano contro cittadini[792]. Lo Stato stesso, durante le guerre puniche, era costretto dalla deficienza di combattenti ad armare schiavi, che così si trovavano elevati a quella che pareva la più alta funzione del cittadino e il fondamento di ogni altra dignità, il servizio nelle legioni.

Oltre a questi casi straordinari, che per sè soli dovevano potenzialmente rilevare la condizione morale de’ servi, rivelando in essi praticamente l’identità umana, v’era l’aspetto, sotto cui si presentava la schiavitù nella sua nuova fase determinata dalle conquiste oltremarine.

Agli schiavi rozzi e incolti de’ tempi più antichi succedevano schiavi provenienti da paesi di cultura greca, appartenenti spesso alle più elevate classi della popolazione, che vincevano per coltura, per tratto, per forme i loro nuovi padroni, e li costringevano a meditare sulla vicenda delle sorti umane; tanto più quanto anche cittadini romani, fatti prigionieri in guerra e non riscattati, dovevano richiamare a’ loro congiunti e concittadini un simile stato di cose. Il jus postliminii introdotto negli istituti giuridici provava appunto che la schiavitù poteva essere un triste accidente ed una fase passeggera della vita, non già una distinzione naturale.

La diffusione del lavoro servile e la più larga importazione di schiavi aveva peggiorate le condizioni di costoro, dove erano incettati e adoperati in gran numero, lontano dagli occhi del padrone, per essere sfruttati sino all’estremo sotto la pressione della concorrenza e col fine unico della speculazione. Ma dove avevano seguitato a formar parte dalla casa in numero piuttosto ristretto, partecipando alla vita della famiglia, il livello intellettuale più alto del servo, la sua capacità ad adempire funzioni più importanti ed il riflesso morale della sua origine sulla presente sua condizione, erano tutte cose che ne dovevano migliorare il trattamento. Il loro ufficio di precettori, per quanto vi si potesse annettere poca importanza, li collocava in una posizione speciale verso i padroni giovanetti che avevano educati ed istruiti. Le delicate funzioni che esercitavano dirigendo aziende del padrone, maneggiandone il danaro, conducendo, vicino e lontano[793], speculazioni per suo conto, non possono essere ricordate senza pensar a un sentimento reciproco di fiducia e di attaccamento e a una mitezza di trattamento[794].

“Contro il rigore del concetto giuridico della servitù — si è notato[795] — è rilevantissimo in Plauto il contrasto del fatto, e, ancor più, l’affermarsi man mano nel diritto della contraddizione insita nello stesso rapporto di servitù. Difatti lo schiavo è bene spesso negli ordinari rapporti della vita assunto dal padrone a consigliere ed amico: convive colla famiglia, e prende parte alle gioie e ai dolori di questa; è dato o compagno o custode ai figli del padrone, e in ogni caso il padrone conta su di lui come su di una forza tutta e assolutamente in suo favore. E l’intimità del servo col padrone arriva bene spesso a tal segno, che il servo pone nelle cose di questo lo stesso interessamento, e maggiore che in quelle che fan parte del suo peculio, come se egli pure vi avesse parte. Se il padrone è figlio di famiglia, allora la confidenza e l’intimità da questo accordata al servo arriva talvolta a strani eccessi, sicchè padroni e servi insieme, da pari a pari, o persino invertito il rapporto che li lega, si dànno a sollazzi e bagordi„.

La più elevata funzione e la maggiore importanza di mansioni a lui affidate, oltre all’elevare la sua posizione verso il padrone, innalzava il servo anche verso tutti gli altri negli ordinari rapporti della vita, e lo metteva talvolta al disopra de’ liberi. Le funzioni adempiute da’ servi pubblici come esecutori degli ordini de’ magistrati, cui erano addetti; la parte importante che i servi avevano nelle società de’ pubblicani[796] e il potere loro di premere, costringere, angariare, all’occorrenza, contribuenti e debitori, li doveva mettere tante volte in condizione di guardare i liberi dall’alto in basso e di affermare su loro una superiorità reale, che li vendicava dell’inferiore condizione giuridica con la realtà del fatto concreto. Con la più larga e più indefinita sfera d’azione, poi, che il più esteso dominio romano creava a’ magistrati, con l’affacciarsi prima incerto e poi sempre più ricorrente e sicuro de’ poteri personali, si rendeva sempre più frequente il caso di schiavi, che, degnati di tutta la fiducia del padrone, divenuti le sue braccia allungate e, all’occorrenza, i suoi complici, potevano atteggiarsi ad autocrati e sogghignare come di una distinzione bizantina dello stato di servitù e di libertà.

La corte, più o meno numerosa, di Silla e di Verre ce ne porge l’esempio; e del resto i servi erano strumenti tanto più adatti de’ liberi a tutti gli scopi e a’ voleri dei poteri personali, che, col crescere di questi, cresce il loro impiego e la loro forza sino ad avere un massimo e regolare sviluppo con l’avvento dell’Impero.

La funzione trasforma e foggia l’organo a suo modo, e la diversa distribuzione delle funzioni sociali non poteva fare a meno di riflettersi sul modo di considerare comparativamente i servi ed i liberi.

La marcata distinzione sociale tra il libero che vive del lavoro altrui o lavora sul suo, signore nella sua casa e nel suo campo, indipendente da ogni potere estraneo nella vita privata, e lo schiavo considerato e adoperato come instrumentum vocale accanto alla bestia di lavoro, veniva ad attenuarsi e forse a sparire col crescere del proletariato e il diffondersi del lavoro salariato. Con la parte sempre più larga fatta al lavoro salariato, liberi e servi dovevano spesso trovarsi allo stesso livello, a compiere opere di uno stesso genere, in servizio d’altri, senza che nè le loro condizioni di vita, nè la loro posizione morale presentassero una differenza veramente notevole. In questo caso, se il consorzio de’ servi abbassava in qualche modo i lavoratori mercenarî, la comunione di vita e d’opera insieme con i liberi elevava un po’ i servi, e ne faceva in un certo senso tutta una classe. Così, se in Italia la possibilità del parassitismo privato e pubblico, l’esercizio più diffuso de’ diritti politici facevano meglio distinti e non di rado anche avversi il proletariato e la schiavitù, in provincia, come per es. in Sicilia, l’uno e l’altra avevano tali contatti e tale comunione di modi di vita che l’insurrezione ne faceva tutto un solo elemento ribelle[797].