Essi traevano partito dal proprio ingegno, dalla giovinezza degl’imperatori, dalle loro debolezze, dalle rivalità, dalle ambizioni, dalla passione delle donne loro familiari per ordire tutta una trama d’intrighi, di cui le fila erano in mano loro e ch’essi così intrecciavano e svolgevano a loro talento.

“La massima parte de’ principi — poteva dire Plinio[810] a Traiano — mentre erano padroni de’ cittadini, erano servi de’ liberti: governavano secondo i loro suggerimenti, secondo i loro cenni; per mezzo loro sentivano, per loro mezzo parlavano; per mezzo loro si chiedevano le preture e i consolati, anzi si impetravano da loro„.

Infatti lo stesso regime sagace di Augusto e quello severo di Tiberio aveano dato l’esempio, il primo, delle rapacità di Licinio e l’altro della potenza di Severo, di Thallo, di Nomio; ma l’invadenza, contenuta sotto questi primi principi, avea vinto ogni ritegno sotto Caligola, sotto Claudio specialmente e sotto Nerone; e, frenata talvolta da qualche imperatore più savio o più energico, era sempre pronta a eccedere di nuovo con imperatori del genere di Domiziano, di Commodo[811] e di Elagabalo[812]. Anche imperatori buoni, come M. Aurelio, non riuscirono a contenere ne’ giusti termini i liberti; e, in ogni caso, pur sapendo contenerli, li tenevano sempre in onore. Così Adriano[813], così Traiano, di cui Plinio[814] soggiungeva: “Tu rendi anche a’ tuoi liberti grandissimo onore, ma sempre come si conviene a liberti e credi che basti se abbian fama di gente proba ed economa„.

La condizione di fatto, che schiavi e liberti acquistavano e mantenevano nelle case de’ potenti e specialmente alla corte imperiale e nelle sue dipendenze, assicurava loro una prevalenza e un prestigio, che si sovrapponeva alla loro condizione legale e la faceva dimenticare.

Che importava che lo stato servile impedisse loro di partecipare all’esercizio di diritti politici resi sempre più nominali e illusorî, se potevano, con i vantaggi e con l’irresponsabilità di un governo indiretto, recarsi il potere effettivo nelle mani? Che importava se, ricordo di un tempo passato, la loro pelle serbava ancora le tracce della mano fustigatrice del padrone? Anche a questo sapeva portar rimedio l’arte della teletta, fatta dal tempo sempre più dotta di espedienti e ricca di cosmetici. E, intanto, senatori e magistrati e potenti facevano ressa alla porta o nell’anticamera del favorito[815], cercando che il loro ossequio non passasse inosservato, o sollecitando un’udienza, ora, quasi per rappresaglia, concessa a fatica e con tutte le forme atte a far sentire la superiorità dell’ignobile figlio della fortuna, la quale, obbedendo al suo capriccio, l’aveva prima bistrattato, facendolo nascere in basso, e poi l’aveva col suo noncurante sorriso lanciato in alto per tenervelo su in bilico e precipitarlo ancora all’occorrenza, se il vento del successo o l’umore bizzarro del padrone turbava quel pericoloso e sapiente giuoco d’altalena e gli faceva perdere l’equilibrio.

I liberti intanto, e in dati casi anche gli schiavi, costretti dalla loro stessa inferiorità legale ad appagare per altre vie il loro desiderio di ascendere e migliorare il proprio stato, mettevano a profitto tutti i mezzi di far fortuna.

Della loro posizione alla corte e del favore imperiale si servivano per accumulare fortune talora enormi[816], fatte mediante ruberie o con la vendita della loro mediazione alla turba de’ postulanti.

Fuori anche del parassitismo, studiosamente coltivato e abilmente usufruito, essi rappresentavano l’elemento più industrioso e sapiente nell’arte di scovare le vie del guadagno e venirne a capo con la mercatura specialmente e poi con tutte le altre forme di operosità, in cui essi facevano talora da pionieri e tal’altra da emuli del lavoro libero.

Si vedevano così servi, che veramente si potevano dir tali solo di nome, fatti indipendenti, o quasi, da’ padroni, forti delle sostanze accumulate e che ampliavano sempre più l’uso de’ vicarii, sorti come uno de’ cespiti del peculio, come un mezzo di speculazione, e poi convertiti in surrogati de’ servi ed estesi sino al punto da dare al servo stesso una servitù talvolta anche numerosa[817].

I liberti poi tendevano a costituire essi stessi una classe media, in cui intanto s’insinuavano in ogni maniera, e che penetravano da tutti i lati, elevandosi sino ad essa, colmandone i vuoti crescenti, dominandola con la potenza del danaro.