Per cui cotante l’uom dura fatiche
E navi arma talor che guerra altrui
Dell’infecondo mar portan su i campi[31].
Sicchè il poema universale riusciva così a cogliere anche meglio in tutti i suoi contrasti, nelle sue angustie e nelle sue aspirazioni, nella sua forma concreta e nella sua proiezione ideale la vita del tempo in mezzo a cui sorgeva o si andava svolgendo o modificando.
Un altro poeta ora compariva che, raccogliendo il sentimento di orrore della guerra, andava anche più in là, guardando a fondo di quel contrasto e indicando, con le origini della guerra, il modo di eliminarla.
In Esiodo la guerra torna con lo stesso triste accompagnamento simbolico che ricorre in Omero, scortata dalla Morte, dalla Contesa, dal Tumulto, dal Terrore, dalla Fame, vigilata dalle Parche, con le donne che dalle torri piangono e si lacerano le guance alla vista della strage e i vecchi trepidanti per la vita de’ figli; e, anche nello scudo di Eracles, il poeta si compiace a figurare pacifiche scene campestri di mietitori che falciano il pingue raccolto[32] e di vendemmiatori che tripudiano nell’abbondanza della vendemmia[33]. Gli stessi paragoni omerici degli avvoltoi, de’ leoni, del cignale, de’ massi che precipitano ruinosamente[34], se sono adoperati ancora a descrivere il conflitto di due combattenti, sembra quasi che vi ritornino per accrescere l’orrore della cosa, senza che il poeta s’indugi, compiacendosi per artistico godimento, a lumeggiare in tutti i loro contorni quelle scene mirabili di terribile grandiosità e di drammatico furore.
Il segreto dell’avvenire, della fortuna, della vera prosperità è per Esiodo riposto nella giustizia. «Quelli che s’inspirano alla giustizia ne’ loro rapporti con gli stranieri e con gl’indigeni e in niente si dipartono dal giusto, quelli vedono fiorire lo Stato e il popolo prosperare dentro di esso; pel paese è la pace altrice di giovani, nè Zeus dall’ampio volto va macchinando per essi una terribile guerra, nè mai con gli uomini giusti si accompagna la fame o la sventura vendicatrice; si spartiscono bensì ne’ banchetti festivi il frutto sudato del loro lavoro. Per questi la terra porta abbondante alimento vitale, la quercia ne’ monti dà ghiande dal vertice e api dal seno, le pecore vellose sentono il peso della lana abbondante, le donne partoriscono figli simili a’ genitori, ed essi prosperano continuamente ne’ beni, nè vanno errando sulle navi, chè il campo donatore di frumento reca la sua messe»[35].
E indi soggiunge: «o Perse, tu figgiti bene in mente tutto questo e sii ligio alla giustizia e tieniti completamente alieno dalla violenza. Poichè questa norma impose agli uomini il Cronìde: che i pesci, le fiere, gli uccelli possono divorarsi tra loro, dacchè non vi è giustizia tra essi; ma agli uomini dette la giustizia ch’è la cosa di gran lunga più bella. E se qualcuno, sapendo, voglia parlar cose giuste, a lui Zeus dall’ampio volto dà la prosperità..... Sapendo delle nobili cose, io te le dico, o gran buon Perse».
E prosegue, infatti, incitandolo al lavoro: «Lavora, o Perse, lignaggio divino, affinchè la fame t’abbia in orrore e t’ami invece la ben coronata Demetra pudica ed empia di alimento il tuo magazzino. Poichè la fame è assolutamente degna consorte dell’uomo inoperoso. Con lui si sdegnano uomini e Dèi perchè vive inerte, simile nell’orgoglio a’ fuchi, che, mangiando oziosi, distruggono quello che a gran pena le api hanno fatto lavorando: a te sia caro attendere ad opere adeguate, perchè, a tempo opportuno, i granai ti si riempiano di viveri. Lavorando gli uomini divengono ricchi di gregge e ragguardevoli, e lavorando sarai molto più caro agl’immortali e agli uomini, poichè essi hanno assai in abbominio gl’ignavi. Il lavoro non fa vergogna: fa vergogna l’inerzia. Che se lavorerai, ben presto ti emulerà l’ozioso vedendoti ricco: alla ricchezza si accompagnano e forza e gloria [che tu sia tale per la divinità! assai meglio è lavorare, se volgendo l’animo improvvido da beni alieni al lavoro, cercherai di tirare innanzi come io ti comando]...... le ricchezze non si debbono acquistare per rapina: molto migliori son quelle largite dalla divinità. Poichè, se anche alcuno riesca a fare, per violenza di mano una grande fortuna, o depredi col mezzo della lingua, come molte volte accade, quando lo spirito di guadagno inganni l’animo negli uomini e l’impudenza discacci il pudore; facilmente gli Dèi l’accecano e l’azienda domestica va a male per un tale uomo, e dopo poco tempo se ne va la fortuna»[36].
Il poeta che odia la rapina come «apportatrice di morte», ha fede invece nell’opera produttiva assidua e non interrotta, e crede nel risparmio e l’inculca. «Poichè, quando tu aggiunga anche il poco al poco e faccia ciò spesse volte, ben presto il poco diverrà assai: quei che aggiunge a ciò che già vi è, quegli scaccia la fame divoratrice»[37].