Esiodo fa quindi dipendere la pace e il fiorire della famiglia e della società da questo indirizzo per cui l’uomo, anzi che volgersi alla rapina, sviluppa egli stesso col suo lavoro la produzione e crea per opera propria e senza danno degli altri il suo benessere. Il poeta è tanto compreso di questo modo di vedere, che l’età di Crono, l’epoca in cui gli uomini vivono senza violenza e senza offese, a lungo, tra danze e banchetti, onorando gli dèi, morendo in tarda età con la placidezza di chi si assopisce nel sonno, è anche il tempo in cui «il campo datore di frumento portava da sè, spontaneamente (αὐτομάτη) frutto largo, abbondante; ed essi di buon animo e pacifici si ripartivano i lavori con i molti valenti, ricchi di greggi, cari agli dèi immortali»[38].

Esiodo veramente non si dissimula l’antagonismo, onde germogliano le contese tra gli uomini, ma lo concepisce sotto un doppio aspetto e mira a formularlo ed educarlo nella sua manifestazione più civile: «Non una sola dunque era la specie delle contese, ma ve ne sono due sulla terra: l’una da chi sa può essere trovata degna di lode, l’altra è biasimevole, e tengono l’animo diviso. L’una proterva, fomenta la triste guerra e la pugna; e il mortale non l’ama, ma, sotto l’impero della necessità, per divisamento degli dèi, onora la grave contesa. L’altra la generò per la prima la notte tenebrosa, e il Cronìde che regna dall’alto, abitando nell’aria, la pose nelle radici della terra molto migliore fra gli uomini. Questa eccita anche l’inerte al lavoro. Poichè alcuno bramoso di lavoro, credendo un altro ricco, si affretta ad arare e seminare e ben tenere la casa; e il vicino emula il vicino che si va facendo ricco. Questa contesa è buona per gli uomini. E il vasaio ha il senso d’emulazione del vasaio e il muratore del muratore e il mendico invidia il mendico e il cantore il cantore»[39].

Ma purtroppo quest’altra forma più civile di contesa, che si presentava da prima come un diversivo e un sostitutivo della guerra, questa concorrenza, per dirla con parola moderna, non tardava anch’essa a metter capo e degenerare nella guerra, riardente poi più vasta e furiosa per l’inevitabile conflitto verso cui spingeva gl’interessi opposti la disputa di quella ricchezza, che, neppure intesa sempre nel suo buon senso economico, era a dire del poeta come «l’anima de’ miseri mortali, e, non paghi o non alimentati a sufficienza dal frutto della terra, li spingeva lontano, inconsideratamente, verso tutti i rischi della navigazione[40].

Così, a chi legge i versi di Esiodo par di sentirsi trasportato in una di quelle verdi e chiuse valli di Grecia, dove la fecondità del suolo, la semplicità della vita, il clima temperato sembrano invitare ad una vita di raccoglimento, nella pratica della giustizia, nel culto degli dèi, nella pace della famiglia. Ma, di tratto in tratto, una tribù di predoni, in un’audace scorreria, faceva man bassa su messi ed armenti; e, se, respinto l’aggressore dalla montagna, ove l’aveva inseguito, il valligiano si fermava per un momento a guardare lo sterminato orizzonte nuovamente dischiuso alla vista, l’animo da prima allietato, era poi sopraffatto da una nuova impressione. Un germe di scontento, un fomite d’inquietudine penetrava, attraverso quella nuova gloria di sole e di azzurro, nel cuore. Dietro l’ultima linea dell’orizzonte, dove il mare tutto fiorito d’isole andava a confondersi col cielo, era l’ignoto, donde come da un agguato si sarebbero svolte le falangi e le armate di Dario e di Serse; a un estremo opposto era la Sicilia, piena di lusinghe, piena di pericoli; e una lontana eco nell’aria pareva ripercuotere un altro canto che non fosse la didascalia idillica di Esiodo; pareva ripetere il canto di Alceo fremente d’ire civili, il canto di Tirteo triste come il grido notturno di una scolta, irrompente come un incitato cavallo di battaglia. Tutta una folla di incertezze che si assiepava alla mente, tutto uno stuolo di vaghi e oscuri presentimenti che si aggravava sull’anima.

III. Nel regno della guerra.

Il canto caratteristico degli Spartani — una delle poche manifestazioni artistiche prodotte o assimilate in quell’ambiente — è un canto di guerra, voce fedele di tutta quella vita. «È bello per un uomo valoroso morire cadendo tra quelli che pugnano in prima fila, combattendo per la propria patria»[41]. Ed è canto di una guerra combattuta per le are e per i fuochi, per la propria esistenza: lo dice la prospettiva evocata a contrasto di quella libera morte. «La cosa più triste è, dopo aver lasciato la propria città e i pingui campi, pitoccare vagando con la cara madre e il vecchio padre e i piccoli figliuoli e la sposa pudica. Poichè ad essi sovrasterà il nemico, facendo luogo per que’ che raggiunga al bisogno e alla spaventosa povertà, mentre disonora la schiatta, offende il nobile volto e ne seguono disonore e sventure. Se adunque per un uomo vinto non vi è niente di bene, nè ritegno, nè rispetto, nè compassione, combattiamo con coraggio per questa nostra terra e moriamo per i figli, non avendo riguardo alla vita»[42].

Questo grido pare che non faccia altro se non ripercuotersi per tutta la storia greca dalla valle dell’Eurota, accompagnato da uno strepito d’armi.

«L’intero sistema delle leggi — dice Aristotile — è rivolto ad una parte della virtù, a quella bellica».

Sparta ci presenta il tipo più completo e meglio conservato di una divisione di lavoro e di una conseguente specificazione di funzioni e di organi, per cui una popolazione di soggetti attendeva alla coltivazione della terra, provvedendo l’alimento, mentre una più ristretta popolazione di dominatori esercitava il comando coltivando l’esercizio delle armi.

Come si arrivasse a questo, è materia d’ipotesi, abbandonata, in mancanza di prove e tradizioni sicure, all’induzione.