Quel che di sicuro la storia ci presenta, è Sparta cinta da presso da una classe di servi della gleba, addetti all’agricoltura, più lungi da una varia popolazione di perieci, posti sotto la sovranità anzi che in servitù della capitale.

Una vita economica più progredita, quale poteva sorgere specialmente in un paese marittimo, aveva spazzato via altrove — ad Atene, per esempio, dove ne troviamo traccia[43], — questo rudimentale sistema di sfruttamento, sostituito ben presto dalla schiavitù e dagli altri impieghi di un capitale crescente; la posizione geografica, invece, della Laconia, la stessa fecondità del suolo, che non esigeva importazioni, nè stimolava con l’inadeguatezza sua l’industria degli abitanti, aveva reso nella Laconia persistente e duratura quella forma sociale rudimentale e primitiva. E questa condizione di cose faceva, per necessità, di Sparta come un esercito in armi, della sua vita come una milizia permanente, adattando a quello scopo permanente, inevitabile e supremo, gli usi stessi e le norme consuetudinarie di vita e di governo, che nella tradizione, non solo più lontana, di Plutarco, ma più vicina anche, di Senofonte e Aristotile, dovevano apparire come un voluto e ben congegnato sistema di vita politica e sociale.

Questa stessa precipua educazione alle armi, intanto, specie in un periodo di assidua lotta pel mutuo assoggettamento, si convertiva naturalmente in occasione e scintilla di guerre.

Il conflitto con la Messenia — il più antico e rimasto forse il più memorabile nella tradizione — fu forse, dal canto di Sparta, una scorribanda di una popolazione crescente di numero e di ardire sulle invidiate terre di un popolo vicino, rese tentatrici dalla loro stessa ubertà? O fu un duello di vita e di morte, come solevano accaderne, specie nell’antichità, di due popoli che volevano reciprocamente sopraffarsi ed eliminarsi?

Comunque, da quella lotta Sparta uscì trionfatrice e dominatrice, come dalle successive lotte con gli altri popoli confinanti uscì più temprata, più addestrata, più forte e adatta ad arrogarsi ed esercitare quell’egemonia e quel potere, per così dire, arbitrale, a cui s’inspira d’ora innanzi la politica e l’azione di Sparta.

Agesilao, il grande re spartano, aveva detto in un’occasione che, più de’ doni de’ nemici, gli Spartani amavano conquistarne le spoglie, e, altra volta, parafrasando de’ versi d’Ibria, aveva risposto a chi gli chiedeva fin dove giungessero i confini della Laconia, scuotendo la lancia e dicendo: «Fin dove questa arriva»; — ma egli stesso altra volta aveva pur detto: «meglio custodire la libertà propria che toglierla agli altri»[44].

E infatti, a misura che si allontana dalla guerra necessaria, la politica spartana va perdendo sempre più l’impronta e le mire conquistatrici. La mancanza di mezzi per sostenere guerre lunghe e lontane, il numero limitato della popolazione, disadatta ad eserciti di occupazione, l’indirizzo di vita alieno dall’agricoltura e da’ commerci che permettevano di occupare colonizzando e trafficando, la soggezione spesso minacciosa degli Stati, erano tutte cose che distoglievano da una politica conquistatrice.

Ora, in un periodo della storia, in cui, quasi come per un dilemma senza uscita, si era o conquistati o conquistatori, l’unica via di mezzo doveva consistere nel sapere imporre e mantenere un equilibrio, che paralizzasse le velleità conquistatrici di uno con quelle dell’altro, o, all’occorrenza, col quos ego di un’autorità e, specie, di una forza superiore.

Di qui quel diritto d’intervento di Sparta non solo nelle contese esterne, ma anche nella politica interna degli altri Stati, specialmente la sua azione avverso le due forme politiche, in apparenza opposte, della tirannide e della democrazia.

La tirannide, una forma anticipata di cesarismo, realizzata nell’ambito circoscritto di un piccolo Stato, di un Comune, era un principato a base popolare e un termine di passaggio dalle oligarchie e dalle aristocrazie, di cui segnava la decomposizione, alla democrazia, cui era costretta a cedere il campo. Essa era un fenomeno di reazione impulsiva e disordinata contro le aristocrazie sfruttatrici, da parte di tutte le altre classi della popolazione, in parte crescenti di numero e di ricchezza, in parte premute dal bisogno, che escluse, interamente o quasi, di diritto o di fatto, dalla partecipazione a’ pubblici poteri, servivano col loro senso d’inquietudine d’inconsapevole strumento all’ambizioso il quale voleva e sapeva giungere ad avocare a sè il supremo potere. La coscienza sempre più prevalente de’ proprî diritti e delle proprie forze nella massa della popolazione, l’ampliarsi del ceto commerciale e la formazione di un proletariato cittadino, gli eccessi del principato gravosi anche alla piccola proprietà, prima di tutti a sentire in modo più visibile gli effetti di un qualunque stato di malessere e di crisi; tutte queste cose, scalzando poi alla loro volta la forma transitoria della tirannide, approdavano il più delle volte al regime democratico.