Ora, la stessa necessità imposta dalla loro origine a queste due forme politiche, il bisogno di assicurare un largo campo di azione al commercio, uno sfogo alla popolazione crescente, il bisogno di estendere il beneficio del parassitismo a tutto il popolo, spingevano naturalmente, così le tirannidi come le democrazie, a una politica di espansione, sia sotto la forma diretta di conquiste che sotto quella di egemonia politica. La tirannide un po’ meno, in quanto corrispondeva a una condizione sociale meno bisognosa di espansione e provvedeva al disagio interno in parte anche con le confische de’ beni di emuli ed avversarî sbanditi; la democrazia anche di più, non foss’altro che per lo sviluppo maggiore di tutte le tendenze all’espansione e perchè non doveva nemmeno guardare all’interno con la preoccupazione paurosa del principe.

Le aristocrazie invece, specie sotto la loro degenerazione oligarchica, monopolizzatrici del potere e delle risorse interne del paese, aventi radice nella proprietà fondiaria che meno si giova e meno è adatta a imprese lontane ed arrischiate e più sente il danno di un’invasione nemica, paralizzata per dippiù all’interno dalle altre classi spesso anelanti alla riscossa, erano naturalmente avverse a una politica di espansione; e, se guerre facevano, in periodi in cui uno Stato periva della guerra ma con la guerra si preservava la vita, erano guerre necessarie, per lo più di confine, a scopo di difesa, o dirette a rintuzzare un nemico petulante, ad arrotondare magari a sue spese il territorio.

S’intende quindi come Sparta, e durante la sua prima egemonia e in seguito all’esito vittorioso della guerra del Peloponneso, mirasse dovunque a combattere, secondo i tempi, tirannidi e democrazie e ad instaurare aristocrazie, in apparenza facendo — come piaceva menarne vanto — la causa della libertà, in realtà facendo con ciò una politica esterna, che non solo garentiva la sua integrità e la sua indipendenza ma ne assicurava anche l’egemonia.

Senonchè l’azione di Sparta si dirigeva sugli effetti, mentre alla costrizione sua, ed a qualunque altra, sfuggivano le cause vere, permanenti, che con loro azione lenta ma continua, se anche dissimulata, mutavano la faccia e la base del mondo ellenico; e, mentre Sparta era tutta assorbita in quest’opera di pura conservazione, l’incremento continuo delle colonie allargava i termini e il campo del mondo ellenico, il commercio si estendeva acquistando un’importanza sempre più prevalente, il centro di gravità della vita e della potenza politica si spostava verso il mare, e la lega marittima sorta dall’urto, nell’aspettativa così pauroso, dell’invasione persiana, sfuggiva di mano a Sparta per divenire l’imperio marittimo di Atene ed elevare di fronte a Sparta la rivale più potente, più fortunata, più gloriosa.

La guerra del Peloponneso, la grande guerra incendiatrice di tutta la Grecia, era quindi alle viste; e da’ mirabili discorsi, che Tucidide mette in bocca agli ambasciadori corintî, agli ateniesi, a Pericle, ne appare subito — al disopra delle cause occasionali — il carattere inevitabile e decisivo.

Ma da tutti quei discorsi, che pure rivelano e rispecchiano la situazione del tempo e degli Stati, si ha una curiosa impressione, in quanto si vede che, mentre Sparta è il centro su cui si appuntano tutti gli sforzi, per procrastinare o affrettare, per determinare o scongiurare la guerra, essa è l’arbitra ma non la chiave della situazione; è lo strumento, non l’anima della guerra. Sparta fa la parte di contrappeso, che, venendo meno, trae seco molt’altro nella ruina; è la miccia, che al tempo stesso separa e congiunge il deposito delle polveri e la scintilla, ma, se anche è in poter suo rallentarne l’accensione, non è in poter suo stornarne lo scoppio.

E non può essere considerato come un semplice artifizio letterario, se l’incitamento vivo e replicato alla guerra è messo in bocca agli ambasciadori di Corinto, non solo danneggiata immediatamente nel suo amor proprio e ne’ suoi interessi di metropoli, ma minacciata ancor più nella sua vita commerciale.

In questo discorso posto in bocca a’ Corintî è colto al vivo e messo perspicacemente in luce, sin dall’esordio, il vizio fondamentale della politica spartana di corta veduta, egoista. «La confidenza, o Lacedemoni — essi dicono[45] — che avete nella vostra costituzione e nella vostra concordia vi rende, per così dire, più diffidenti verso gli altri; e da ciò traete una certa saggezza, ma vi conducete con maggior ignoranza quanto alle cose esterne». E soggiungevano poco dopo: «Soli degli Elleni, o Lacedemoni, restate tranquilli non tenendo lontani altri con la potenza ma temporeggiando, e soli non ricacciando la potenza de’ nemici, mentre è sul cominciare, bensì quando si è ingrandita»[46]. Movendo quindi da un concetto opposto delle cose e della vita, che apparecchia la guerra durante la pace nella fiducia o nell’illusione di assicurare con la guerra la pace[47], additavano tutto il pericolo di questi Ateniesi irrequieti di cui «giustamente si potrebbe dire che non sanno aver pace nè la lasciano avere agli altri uomini»[48]. «Ora gli Ateniesi stanno a paro di tutti noi presi insieme e per quanto riguarda la città sono anche più potenti: cosicchè se tutt’insieme, ogni popolo, ogni città, con unanime consiglio non li oppugnamo, ci soggiogheranno, divisi, senza fatica. E, se anche sia spaventevole ad udire, si sappia che l’essere vinti non porta altro che una pretta schiavitù»[49].

E a quest’invocazione de’ Corinti rispondeva da parte degli Spartani una duplice e diversa voce: una, temporeggiatrice, ligia alla politica tradizionale, di troppo calcolata prudenza; l’altra, che, mostrandosi tocca del pericolo degli alleati, credeva di meglio intuire il pericolo proprio e di combatterlo più efficacemente mentre era ancora relativamente lontano. L’una era la voce di Archidamo, che, da un lato preoccupandosi de’ possibili danni impendenti allo stesso Peloponneso, dall’altro della difficoltà della guerra, diceva: «Rispetto a’ Peloponnesiaci e a’ vicini la nostra potenza è di pari natura, e rapidamente si può muovere verso ciascuno di essi: invece rispetto a quelli che abitano un paese lontano e hanno perizia del mare e sono ben provveduti di tutte le altre cose, ricchezza sia privata che pubblica, e navi e cavalli e armi e popolazione, quanti non ve ne sono in ogni altro paese ellenico e hanno ancora alleati molti soggetti a tributo, contro questi come si può sollevare a cuor leggiero una guerra e, in che cosa fidando, si può assalirli impreparati?»[50]. E conchiudeva: «Questi metodi prudenti dunque che i padri nostri ci legarono e de’ quali ci siamo sempre giovati, non li trascuriamo, nè deliberiamo a precipizio, nel breve spazio di un giorno, bensì con calma, di molte vite e sostanze e città e fama»[51].

L’altra era la voce dell’eforo Stenelaida, che con laconica concisione, guardando in faccia alla situazione e riassumendola conchiudeva senz’altro: «Deliberate dunque, o Lacedemoni, com’è degno di Sparta, la guerra, e non lasciate che gli Ateniesi divengano ancora più potenti, nè tradiamo gli alleati, ma con l’aiuto degli dèi moviamo contro gli oppressori»[52].