Così il grande duello fu ingaggiato, un duello, che secondo le condizioni de’ tempi, si potrebbe chiamare anch’esso «della balena e dell’elefante».
E all’elefante rimase la vittoria, ma una vittoria di cui apparve subito tutta l’inconsistenza e la sterilità.
Nella replica a’ Corintî, che Tucidide fa pronunziare agli Ateniesi, questi, facendo la franca notomia della loro sovranità e del malcontento da essi suscitato, dicevano rivolti a’ Lacedemoni: «Voi adunque, o Lacedemoni, vi conduceste rispetto agli Stati del Peloponneso secondo l’utile vostro; e se allora, seguitando a rimanere, vi conducevate come noi nell’egemonia [della lega marittima], sappiamo bene che non meno di noi sareste divenuti gravi agli alleati e vi sareste veduti costretti o a reggere vigorosamente, o a pericolare voi stessi»[53]. «.... E se, rovesciando noi, prendeste voi il comando, subito vedreste cambiato il sentimento di benevolenza che vi siete accaparrato per la paura che si ha di noi, come mostraste nel tenere il comando per breve tempo contro i Persiani; come ancor ora vedeste, poichè voi avete sistemi vostri proprî distinti da quelli degli altri e, uscendo fuori, ciascuno di voi, isolatamente, non si conforma nè ad essi nè a quelli adottati da tutto il resto della Grecia»[54].
Se Atene si era venuta arrogando un potere sempre più assoluto sugli alleati, già aderenti spontaneamente alla prima lega marittima, sino al punto di diventarne la signora; è pur vero che aveva cercato di dissimulare, fin dove era possibile, tutte le durezze di un simile stato di cose con tutti i miraggi e i lenocinî, che fanno tollerare e qualche volta perfino aver cara la soggezione. In Atene tutti quei soggetti, chiamati ancora con uno studiato eufemismo alleati, trovavano come il punto d’applicazione del loro orgoglio nazionale e l’assicurazione del mare dischiuso e garantito a’ loro commerci: da Atene, il loro contributo di denaro e di forze tornava ad irradiarsi come lume di civiltà, come splendore di arte, come gloria letteraria, come ardimento di pensiero; onde la città di Pallade era lume e fuoco di tutta la razza, l’educatrice e il tirocinio di tutta l’Ellade, come la voleva Pericle.
Gli stessi rapporti continui, fomentati da’ commerci, dalle ricorrenti feste religiose, dall’alta giurisdizione ateniese, mescolavano, fondevano, anche, spesso, tutti quei diversi elementi di quell’imperio marittimo, in modo che, come si vide poi, con la lusinga di misure meno vessatorie e sotto forma più attenuata, potè risorgere per così dire dalle sue ceneri stesse.
L’egemonia di Sparta, invece, conservando tutte le durezze del dominio, ne manteneva pure tutte le forme e pretendeva estendere una disciplina rigorosa sugli alleati, che non potevano concepire Sparta — chiusa e impenetrabile a loro, repellente quasi a’ loro stessi contatti — se non come una padrona gelosa, messa in rapporto con gli altri popoli unicamente e specialmente dall’opera dilapidatrice e oppressiva de’ suoi armosti.
Questa mancanza di virtù assimilatrice da parte di Sparta, che le impediva di ringagliardirsi e rinnovarsi assorbendo elementi vitali dall’esterno; questa sterilità del suo predominio, questa incapacità di convertire la stessa vittoria nella conquista e di sapere usare della vittoria dopo averla ottenuta; rendevano di necessità precario ogni suo trionfo, inorganica e incoerente ogni sua creazione politica; e bastava una vittoria come quella di Cnido per iscalzare la sua egemonia e fare risorgere d’un tratto quasi più potente la sua antica rivale, di cui poco prima pur s’erano smantellate le mura, distrutte le flotte, violati il territorio e la libertà.
La stessa lode di mitezza e di magnanimità, che un oratore laconizzante[55] amava tributare a Sparta per avere impedito che Atene, dopo la sua sconfitta, venisse rasa al suolo e spiantata dalle fondamenta, più che a generosità era dovuta a calcolo politico di uno Stato che fondava la sua esistenza sugli antagonismi degli altri Stati e quindi si limitava a deprimere un rivale anzi che annientarlo per conservarlo ancora come una minaccia e un competitore agli altri rivali. Ma questo calcolo appunto rivelava appieno quanto fosse sterile e negativa la politica spartana, inetta a ridurre sotto di sè tutta la Grecia e destinata ad essere solo una forza disintegratrice e dissolvente verso ogni opposto tentativo di unificazione.
A misura, intanto, che gli anni sussecutivi alla guerra del Peloponneso ne venivano svolgendo e mostrando gli effetti, da un lato se ne sentivano tutte le conseguenze disastrose, dall’altro ne appariva sempre più fallita la mira di por fine a’ conflitti dell’Ellade con una guerra decisiva, che mettesse stabilmente l’egemonia in uno degli Stati.
Sicchè alla politica, come oggi si direbbe, «imperialista», politica di conquista, di assorbimento o di dichiarata supremazia; succedeva, con un sentito desiderio di pace, l’ideale di un autonomo particolarismo, per cui tutti gli Stati vivessero in una condizione di mutua indipendenza. E questa politica, che rispondeva a meraviglia agli interessi presenti della Persia e a cui la Persia sembrava aver condotto col tenere in lizza, gli uni contro gli altri, gli Stati rivali, ebbe per opera del Gran Re la sanzione forzata nella pace così detta di Antalcida (387-6 a. C).