Ma, come più diffusamente si rileverà appresso trattando delle vicende della pace e della guerra in Atene, non era quello il tipo in cui ogni Stato potesse restringersi in sè per potere e sapere attendere con le risorse sue proprie a tutte le crescenti esigenze della vita; nè quel particolarismo costituiva l’ambiente più favorevole allo sviluppo degl’interessi commerciali sempre più prevalenti; nè prometteva lo schermo più efficace contro i pericoli e le minacce esterne più o meno vicine.

Così quella riaffermata autonomia con tutte le sue proteste ed aspirazioni di pace tornava a degenerare nella guerra; e l’indipendenza, asserita in diritto, era continuamente violata o minacciata in fatto.

Onde accadeva che Andocide potesse iniziare l’orazione a noi giunta sotto il suo nome col dire (392 a. C.): «O Ateniesi, tutti sapete, mi sembra, come è meglio fare una pace giusta che non fare la guerra; ma non tutti mi sembra che vi accorgiate come gli oratori, a parole, consentono nella pace, in realtà, contrastano quelle cose onde verrebbe la pace»[56].

E al congresso per la pace, tenuto nel 371 a C. a Sparta e finito anch’esso in una guerra, Senofonte poteva mettere in bocca ad uno degli oratori ateniesi, ad Autocle, queste parole: «O Lacedemoni, non ignoro che non vi riusciranno gradite le cose che mi accingo a dire; ma mi sembra che quanti vogliono duratura l’amicizia, che si propongono fare, debbono reciprocamente illuminarsi delle cagioni delle guerre. Voi dite sempre che gli Stati debbono essere autonomi, e intanto voi massimamente vi fate impedimento alla loro autonomia. Poichè, prima di ogni altra cosa, pattuite con gli Stati alleati che vi debbono seguire dovunque voi volete. Or questo come conferisce all’autonomia? Dichiarate la guerra senza prima averne tenuto consiglio con gli alleati e li fate entrare in campagna, così che di frequente i così detti autonomi sono obbligati a combattere contro i più amici. Ancora — ciò che è più avverso di ogni altra cosa all’autonomia — stabilite qua un governo di dieci, là di trenta; e non vi date pensiero che questi governanti governino com’è debito, ma che possano con la forza tener soggetti gli Stati; talchè pare che vi compiacciate piuttosto di tirannidi che non di libere costituzioni. E quando il re [di Persia] prescrisse che gli Stati fossero autonomi, dichiaraste con grande sicurezza, che, se i Tebani non lasciassero ogni città governarsi da sè e seguire le leggi che volesse, non si conformerebbero alle prescrizioni del re [di Persia]; indi v’impadroniste della Cadmea e non permetteste agli stessi Tebani di essere autonomi. Bisogna che quanti si accingono ad essere amici non credano di doversi aspettare l’osservanza della giustizia, per essere essi quanto più possono prepotenti»[57].

Così questa preoccupazione dell’equilibrio politico e dell’autonomia dei singoli Stati, in parte urtava contro la forza superiore delle cose e i casi non preveduti della politica internazionale, in parte diveniva un nuovo fomite di gelosie, di controversie, di dissensi; e il quarto secolo in Grecia riarde tutto di queste guerre in cui a vicenda si dilaniano i varî Stati della Grecia e in cui l’uno fa il giuoco dell’altro, e tutti, sinchè non spunta il predominio macedone, fanno il giuoco dell’Impero persiano.

Intanto dal giuoco di questo equilibrio sempre incerto e sempre spostato — in cui gli amici di ieri divenivano i nemici di oggi e la Persia, con l’esca di corruzioni private e di alleanze pubbliche, la chiamava a combattere in Asia or come amico or come avversario — Sparta era tratta ad avventure e guerre lontane, così poco conformi alle sue forze e alle istituzioni, e avute prima in tanto orrore[58], perdendo in questo nuovo diuturno conflitto uomini, forze, equilibrio interno e la stessa sua ragione di essere.

Le antiche abitudini ne rimanevano ruinate, i vecchi sistemi di vita ne rimanevano scossi, senza che si potesse indurre nell’ambiente patrio una modificazione corrispondente, una innovazione che dell’antica vita mutasse la base e ne costituisse una organica e normale alla nuova. Per un circolo vizioso che suole naturalmente avere origine in questi casi, la guerra diveniva, tanto più un fomite e uno sfogo di speculazione, in fondo a cui vi era la rovina finale ma che intanto costituiva individualmente un espediente. I vuoti, intanto, della popolazione già decimata dalla guerra rimanevano scoperti o mal si colmavano in una condizione economica in cui al crescente dissesto de’ più faceva riscontro la concentrazione delle fortune in una cerchia sempre più ristretta di persone. E questo stato generale dava luogo nel campo politico a un’oligarchia sempre più ristretta, che si potè persino calcolare di quaranta persone[59], a cui d’altro lato corrispondeva un lievito di malcontento, di rivolte, di congiure[60].

Per tal via le città greche, logorate in un mutuo contrasto, si ammiserivano, s’isterilivano, togliendo alimento a quel lume di civiltà, che, dove ancora con guizzi ricorrenti scintillava più bello, pareva simile agli aneliti luminosi della lampada che sta per spegnersi.

Gli Stati ellenici andavano scivolando verso quello stato di cose di cui diceva il poeta:

Et propter vitam vivendi perdere caussas.