L’impotenza di raccogliere tutte le energie del paese, sia sotto la forma pacifica della cooperazione che sotto quella autoritaria del dominio, faceva sì che i fati della storia — impulso intimo, più o meno consapevole, della società cercante attraverso ogni sforzo un migliore adattamento — passassero in mano al principato macedone, a cui solennemente contrastando resisteva Atene, a cui sterilmente e interrottamente recalcitrando si ribellava Sparta, e che pure, sapendo solo raccogliere nelle sue mani un maggior fascio di forze, si mostrava atto a raccogliere l’eredità della civiltà greca, non per continuarne esso stesso la tradizione, ma per ispargerla, come fa l’agricoltore, seme di una nuova messe, in campo più largo.

IV. Pace e guerra nell’antica Atene.

Tra i popoli dell’antichità non ve ne è alcuno che più dell’ateniese abbia lasciato così larga traccia, meglio anche che de’ grandi fatti storici, del meccanismo della sua vita interiore, della sua maniera di vivere giorno per giorno, de’ sentimenti, delle impressioni, delle lotte destate dalle sue stesse condizioni materiali di esistenza. Il teatro, la poesia, l’arte in generale, gli oratori, l’epigrafi ne sono, in vario modo, un riflesso e una manifestazione genuina; e la storia di Atene, comunque genialmente trattata, ben lungi dall’essere un argomento esaurito, si presterà sempre ad essere ripresa, specialmente ad ogni mutamento del modo di considerare e d’interpretare la storia.

Le due tendenze alla pace e alla guerra, discordi ed opposte, hanno in Atene un singolare rilievo, e, ad intervalli ma con insistenza, si riaffacciano per tre secoli della sua storia, riassumendo ne’ due diversi indirizzi il grado di sviluppo economico, i bisogni, la potenzialità produttiva, le lotte di classi, le rivoluzioni politiche dello Stato.

Tra il settimo e il sesto secolo, sull’aurora, si può dire, della storia ateniese, quando la tradizione vaga e leggendaria comincia a farsi più sicura e distinta, subito si presenta questo conflitto, rispecchiato in uno de’ più antichi, se non nel più antico documento della letteratura ateniese.

«Io stesso venni, araldo, dall’agognata Salamina, portando sulla piazza il ben composto mio canto.

«Oh, fossi io allora Folegandrio o Sicinite piuttosto che Ateniese, scambiando la patria; perchè potrà presto accadere che si cominci a dire tra gli uomini: Costui è un Ateniese, di quelli che furono cacciati da Salamina».

«Andiamo a Salamina, combattendo per l’isola ambita, scuotendo da noi la vergogna sì triste a sopportare»[61].

È l’elegia di Solone: sono anzi i frammenti dell’elegia di Solone, poveri ruderi e scarse reliquie; ma, attraverso di essi, la mente ricompone il passato come, alla vista di un basamento seminascosto dall’edera e di un capitello spezzato ricostruisce idealmente un tempio antico.

La critica ha spogliati questi versi della leggenda, che la fantasia popolare o quella de’ novellatori, era venuto tessendo intorno ad essi[62]. Non tutti sono d’accordo nel ritenere se quella elegia risponde ad un impeto di ardor giovanile, oppure, così ardente com’è, fu l’espressione di un’anima che si serbava ancora agile ed entusiastica in un corpo invecchiato[63]. Non si può giungere, altro che per induzione, a dire come e quando Salamina venne in mano di Atene, e se fu il premio di una guerra vittoriosa di Solone o di Pisistrato, o, meglio, un fortunato acquisto dovuto a maneggi politici ed arbitrati[64]. Tutti questi dubbi e queste incertezze possono essere più o meno dissipati: in ogni modo, attraverso i pochi versi solonici, si vede bene sullo sfondo del sesto secolo tutta la situazione politica, interna ed esterna, dell’Attica.