Questo paese, i cui colli e le cui coste non si sono ancora andati rivestendo di olivi, di fichi, di viti, è, finchè l’opera umana non ne svolga gli ascosi tesori, povero ed infecondo. Rimpetto alle limitate pianure, benedette da Demetra ed ove Demetra ha culto, stanno le pendici arse o selvagge, che male alimentano dal loro sottile strato di terra vegetale il frumento e per cui meglio s’aprono il sentiero le capre e i loro custodi. Ma da quelle stesse pendici e dalle cime de’ colli, quanto più la popolazione cresce e più si sente il disagio della vita, si guarda con maggior senso d’invidia e con ardore di desiderio più grande a Salamina, quella che anche più di Egina potea dirsi un «pruno nell’occhio del Pireo»; si guarda agli umidi ed infiniti sentieri del mare, cantati dal vecchio Omero e solcati ora a gara dalle navi di Egina e da quelle di Megara. Il bisogno dell’alimento, l’aspirazione al benessere, il desiderio di trovare sfogo all’energie crescenti in secreto e anelanti a rivelarsi, divengono inconsapevolmente la nostalgia del mare, il patriottismo e il sentimento dell’onore cittadino, come ne’ versi di Solone. La prudenza e la circospezione vengono in lotta con il bisogno di espansione e con lo spirito di avventura; il desiderio dell’indispensabile o del meglio lotta contro l’inerzia del soddisfatto; la corta vista del campagnuolo urta contro i più larghi orizzonti del cittadino; il ricco proprietario del piano e il piccolo proprietario ruinato della montagna, l’usuraio della città e il marinaio della costa, l’artigiano e il proletario vengono naturalmente in contrasto tra loro e costituiscono il soggetto e lo strumento degli antagonismi che domineranno ed animeranno tutta la politica interna ed esterna dello Stato.
Raccogliersi ne’ propri confini, tarpare le ali alle ambizioni e alle brame, estrarre dal seno del proprio paese tutto quanto potesse dare, rassodare e perfezionare all’interno tutta una struttura politica, che, sotto l’ègida di un diritto positivo, facesse di una classe la dominatrice di un’altra: — ecco la divisa e l’indirizzo di quelli che, monopolizzando le forze produttive del paese, si sentivano naturalmente tratti a favorire una politica di raccoglimento.
Rendere più agevoli i mezzi del proprio sostentamento e più proficuo l’impiego di tutte l’energie; risolvere all’esterno quel problema, che all’interno si poteva risolvere solo limitatamente, a vantaggio di pochi e a danno di molti, e fare perciò del popolo ateniese il parassita di altri popoli col commercio, con la conquista, con la supremazia; tentare quindi nuove vie, irrompere al mare, spezzare la cerchia in cui vicini e rivali tenevano stretta l’Attica: — ecco il programma e il partito di quelli, a cui era precluso il possesso della terra, o che nella terra non trovavano impiego sufficiente alla propria ricchezza e alla propria energia, o che, in una struttura sociale eminentemente parassitaria, lungi dall’essere i parassiti, erano destinati, in patria, a dare a’ parassiti alimento.
In questo contrasto sta tanta parte della storia ateniese e non della storia ateniese soltanto, i cui caratteri sembrano come virtualmente contenuti in questo inizio del sesto secolo, nel quale, per la prima volta, in forma sicura e distinta, Atene ci si presenta sotto questo aspetto. E la prevalenza di uno o di un altro indirizzo, con tutte le conseguenze politiche interne ed esterne che ne derivano, dipende dalla possibilità di un diverso stato di prosperità interna e di una diversa distribuzione della ricchezza. Gl’istinti più o meno bellicosi, le forme di potere più o meno accentrato, le lotte di classi più o meno prepotenti avranno come misura e come condizione lo sviluppo più o meno sufficiente delle forze produttive interne, la necessità di trarre da’ paesi esterni i mezzi per soddisfare a’ proprî bisogni, il benessere più o meno diffuso e più o meno agevole a raggiungere, la tendenza più o meno sviluppata a qualsiasi genere di parassitismo.
La necessità o la convenienza di vivere di preda, o, comunque, del lavoro altrui, fomenteranno, per via diretta o indiretta, la guerra; l’abitudine e la facilità di vivere del lavoro proprio tenderanno sempre più a renderla meno frequente e ad eliminarla.
Nelle condizioni dell’Attica, un paese che non produceva tanti cereali quanti ne occorrevano a sostentare la sua popolazione, e avea bisogno allora, come ancor oggi ne ha bisogno, d’importarne, il libero uso del mare e il preliminare possesso di Salamina, messa come una Sfinge a guardia de’ suoi approdi, non solo erano la premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma erano una questione di vita e di morte.
E il partito della guerra prevalse, malgrado l’orrore della guerra che le precedenti sconfitte aveano inspirato. Megara fu umiliata, se non prostrata, Salamina fu riacquistata, se non riconquistata; e, col vantaggio morale di una rivincita e di una gloria militare, si sorresse l’autorità morale dello Stato e si schiuse la via alla possibilità d’importazioni, di commercî, di un futuro dominio del mare.
Nondimeno fu guerra che non divenne incentivo immediato ad altre guerre; parve piuttosto l’epilogo di un lungo periodo di contese.
Il periodo che segue, è un periodo di raccoglimento e quasi di preparazione. La condizione incerta ed oscillante di una sovranità illegittima com’era la tirannide, spesso posta in pericolo, poteva, da parte sua, contribuire a distogliere la politica da un indirizzo pieno di avventure. Pure, altrove, la stessa forma di potere politico cercava una base ed un appoggio nella gloria militare ed in una politica, che, facendo de’ sudditi i signori ed i parassiti di altri popoli, li rendesse così più tolleranti della soggezione politica interna.
I fasti de’ Pisistratidi sono fasti civili, anzi che militari; e, benchè il loro dominio traesse occasione e alimento da una guerra esterna, tutta l’attività guerresca successiva si potrebbe limitare a qualche episodio non conservato nemmeno chiaramente nella tradizione.