Una delle ragioni e la precipua di siffatta politica di raccoglimento, caratteristica del dominio de’ Pisistratidi, va cercata appunto in quello svolgersi e fiorire delle energie interne, nello sforzo di suscitare tutta la potenzialità economica di cui l’Attica sembrava capace. Quel ritorno verso la campagna, rilevato specialmente da Aristotile[65], preparava la terra a rendere tutto quanto potesse; e la possibilità di una maggiore importazione di cereali agevolava un così promettente strumento di prosperità com’era la trasformazione delle culture. Le miniere del Laurio poi, se non ora scoperte, almeno ora messe meglio a profitto, erano un vero lievito degli scambî, de’ commercî, di una futura potenza commerciale.

L’interesse de’ Pisistratidi veniva a collimare con quello del ceto agricolo che formava la base stessa della società del tempo, e non era in conflitto con quello del proletariato cittadino. La stessa tendenza all’espansione, per quanto venisse crescendo, avea nella migliore e più abbondante moneta d’argento uno strumento pacifico di sviluppo.

Così la politica esterna de’ Pisistratidi avea dovuto assumere piuttosto un indirizzo difensivo che non un indirizzo offensivo; aveva dovuto consistere piuttosto nel rimuovere alcuni ostacoli che non nel costituire uno stato di violento predominio su paesi stranieri.

Soltanto, questo stato di cose non poteva essere durevole, e da esso stesso, dato il carattere e le condizioni del mondo antico, sarebbero sorti gl’incentivi e le inevitabili occasioni di guerre.

Lo svolgimento delle forze produttive dell’antichità era assai limitato, e ogni desiderio di miglioramento e ogni impulso di nuovi bisogni non si convertiva, nè si poteva facilmente convertire in uno sforzo diretto ad ottenerne l’appagamento col proprio lavoro e col diretto uso degli elementi forniti dalla natura. L’appropriazione più o meno violenta della ricchezza altrui, l’assoggettamento dell’uomo all’uomo, lo sfruttamento, sotto le forme meno larvate e più rudimentali, si presentavano come l’indirizzo prevalente, pel principio stesso della tendenza al minimo sforzo e dell’attrazione a’ punti di minore resistenza. Anche la divisione primordiale di lavoro sociale tra la classe guerriera protettrice e la classe produttrice spingeva più facilmente gli elementi dirigenti dello Stato ad estendere oltre i confini del proprio paese il loro dominio, attribuendosi, a titolo di conquista, quel frutto del lavoro altrui, che all’interno si attribuivano come corrispettivo della protezione e della difesa.

In queste condizioni lo stesso sviluppo delle energie interne e un più elevato grado di prosperità esponevano un paese produttore all’avidità e alle aggressioni altrui, e ne faceano così un paese servo, oppure, per naturale reazione, una potenza militare, che assai facilmente dalla difesa passava all’offesa, dall’aggressione felicemente respinta alla conquista.

Paesi ricchi e paesi poveri venivano in tal modo per diversa via, attratti nel vortice della guerra. E la guerra tendeva a rendersi permanente.

La politica internazionale, nell’antichità, piuttosto che assumere come criterio direttivo l’autonomia o l’equilibrio, tendeva così necessariamente all’assorbimento degli altri dominî, all’ampliamento indefinito e illimitato dello Stato. La coesistenza e la tolleranza reciproca costituivano soltanto un termine di passaggio e un espediente provvisorio; ma, obbiettivamente anche più che non subbiettivamente, la mèta era il dominio e la supremazia.

Per Atene quindi il periodo di raccoglimento dell’epoca de’ Pisistratidi non poteva rappresentare uno stato permanente, ma semplicemente un’utile preparazione e una lunga tregua. Lo stesso miglioramento delle sue condizioni e l’irradiarsi della sua attività l’attraeva in un’orbita di maggiori complicazioni e di più facili contrasti. E che così fosse, lo mostrarono prima le ingerenze di Sparta nella politica interna di Atene, e poi, in maniera più evidente, le guerre persiane.

A misura che uno Stato vien tratto dall’isolamento in un ambiente più vario e più vasto, la sua politica muta necessariamente di proporzioni e d’indirizzo, come muta un risultato quando variano i fattori. Il contatto e il contrasto con la potenza persiana era un fatto destinato ad indurre la più radicale mutazione di orientamento. I fattori, l’ambiente, la mèta della politica ateniese erano ormai e dovevano apparire diversi, e l’avere saputo intendere la necessità e scorgere i segni del tempo costituisce la gloria immortale degli uomini che seppero dare allo Stato un indirizzo rispondente alle condizioni delle cose.