Alla lotta per la vita combattuta nella forma più diretta e brutale essi sembravano preferire un’altra lotta per l’esistenza, che si ripiega su di adattamenti divergenti, che cede per riprendere forza, che, preoccupata dello scopo finale di vivere e trarre il maggiore vantaggio della vita, ne accetta tutti gli accomodamenti e gli espedienti per comandare, all’occorrenza, servendo, e dominare essendo dominati.

Di fronte alla speculazione più primitiva della guerra veniva sorgendo e sviluppandosi un’altra speculazione, quella del commercio, favorito dalla guerra stessa dove diventava conquista stabile, e apriva e sgombrava vie.

Mentre la produzione era ancora al suo stadio casalingo, o, subordinata a condizioni e tradizioni locali, si manteneva circoscritta in determinati punti, l’opera di chi ne raccogliesse il supero sparso qua e là e si facesse veicolo e strumento di scambî, se presentava molte volte rischi e disagî, prometteva anche lucri non pochi; e, specialmente col crescere de’ centri abitati, col moltiplicarsi e il raffinarsi de’ bisogni, con i progressi della navigazione e l’introduzione della moneta, mezzo perfezionato di scambio, era destinato a un grande avvenire.

Messi in vista del mare, avendo alle spalle regioni privilegiate dalla natura, i Fenici erano così, da un lato almeno, messi al sicuro da quella minaccia continua costituita allora da un qualsiasi vicino; e, dall’altro lato, avevano perciò stesso meglio aperto l’adito, alle resistenze prima, poi a quegli accomodamenti, che, imposti loro dalla forza delle cose, entrarono poi nella stessa loro indole.

Così, adattandosi spesso a pagare un tributo, finchè poteva tenersi ne’ limiti dirò così di un premio di assicurazione, di un’accordata partecipazione a’ loro profitti, si ribellavano anche talvolta, e vittoriosamente, per calcolo di principe, o per impazienza di popolo, o per esosità eccessiva d’oppressione; e, se, alla peggio, tutto andava in ruina, i loro cavalli del mare divenivano anche le loro case di legno, e, commessi alla libera distesa de’ mari, cercavano altrove nuova patria e nuove fortune.

Per tal modo, nella sorte prospera e nell’avversa, crescevano, si spandevano sino a toccare le regioni più lontane, si arricchivano, colonizzavano i paesi d’approdo, specie le isole dove è facile la difesa, difficile l’offesa; e, mentre spargevano germi di coltura e fomiti di utile produzione, si facevano antesignani di nuovi modi di vita e preparavano un altro terreno di concorrenza.

Non di rado, intanto, il loro commercio diveniva pirateria, la fondazione di fattorie occasione e germe di guerre, e l’espansione progressiva suscitava rivalità commerciali o conflitti che andavano a mettere capo nella guerra.

Così quella brama di preda, che nelle più antiche guerre si svelava nuda e non dissimulata, quasi come un istinto vitale, riappariva qui più disciplinata sotto una delle sue forme riflesse; e, come pareva che avesse portato alla pace attraverso la guerra, così riusciva alla guerra attraverso la pace. E il conflitto pareva che non si fosse scansato che per meglio maturarsi, per ripullulare in tante altre lotte e, in ultimo — da parte di quel germoglio e di quell’erede de’ Fenici che fu Cartagine — nel grandioso, epico duello con i Greci di Sicilia e con Roma.

II. Pace e guerra ne’ poemi omerici ed esiodèi.

Il più antico monumento letterario, la prima espressione spirituale della Grecia è un canto di guerra, è il racconto epico di un’impresa bellica.