Ma, per uno stato autonomo, la pace poteva, in tempi più antichi specialmente, voler dire l’adito precluso ad una speculazione, la maggiore speculazione del tempo, qual’era la guerra.
Un quadro della vita sociale dello stesso Egitto in tempo di pace, delineato da un contemporaneo sotto la dodicesima dinastia, non è, pur facendo ragione al subbiettivismo dello scrittore, un quadro confortante.
«Io ho visto il fabbro al suo lavoro, — alla bocca del forno» — diceva uno scriba del tempo a suo figlio. — «Le sue dita sono rugose come oggetti di pelle di coccodrillo, — egli sente di cattivo odore peggio di un uovo di pesce. — Ogni lavoratore in metallo ha esso forse più riposo del lavoratore de’ campi? — I suoi campi sono il legno; i suoi strumenti, del metallo. — La notte, quando si crederebbe che egli è libero, — lavora ancora, dopo tutto ciò che le sue braccia hanno già fatto durante il giorno, — la notte egli veglia al lume della fiaccola.
«Il taglia-pietre cerca del lavoro, — in ogni specie di pietre dure. — Quando egli ha finito i lavori del suo mestiere e che le sue braccia sono logore, egli si riposa: — restando raggomitolato dal sorgere del sole, — le sue ginocchia e la sua schiena sono rotte. — Il barbiere rade sino alla notte: — quando si mette a mangiare, allora solamente si appoggia sul gomito per riposarsi. — Egli va di casa in casa per cercare i suoi clienti; — si rompe le braccia per empire lo stomaco, come le api che mangiano il prodotto del loro lavoro. — Il battelliere scende sino a Natho per guadagnare il suo salario. — Quando ha accumulato lavoro su lavoro, che ha uccisi delle oche e de’ fenicotteri, che ha penata tutta la sua pena, — arriva soltanto al suo orto, — arriva alla sua casa, ed ecco che gli tocca andarsene.....
«E il muratore — lo addenta la malattia; — poichè egli è esposto alle raffiche, — costruendo faticosamente, attaccato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — per raggiungere forse fini suoi? — Le due sue braccia si consumano nel lavoro, — i suoi abiti sono in disordine; — si rade da sè — le sue dita sono per lui de’ pani; — non si lava che una volta per giorno. — Si fa umile per piacere; — è un travicello che passa da un posto ad un altro — di dieci cubiti per sei; — è un travicello che passa di mese in mese su’ sostegni di un’impalcatura, aggrappato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — facendovi tutti i lavori necessarî. — Quando ha il suo pane, rientra in casa e batte i figli....
«Il tessitore — nell’interno delle case — è più infelice d’una donna. — Le sue ginocchia si adagiano all’altezza del suo cuore; egli non assaggia l’aria libera. — Se un giorno solo fa a meno di fabbricare la quantità di stoffa regolamentare, — è legato come il loto degli stagni. — È solo guadagnando con doni di pani i guardiani delle porte, — ch’egli giunge a vedere la luce del giorno. — Il fabbricante d’armi pena straordinariamente — partendo per i paesi stranieri; — spende una grande somma per i suoi asini — spende una grande somma per metterli in assetto, — quando si mette in cammino. — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa, la sera, — gli tocca andarsene. — Il corriere partendo per i paesi stranieri, lega i suoi beni a’ figliuoli, — per paura degli animali selvatici e degli Asiatici. — Che cosa gli accade quando è in Egitto? — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa — gli tocca andarsene. — Se parte, la sua miseria gli pesa; — se non se ne va, si consola. — Al tintore, gli odorano male le dita — l’odore de’ pesci putrefatti; — i suoi due occhi sono pesti dalla fatica; — la sua mano non ha più presa. — Egli passa il suo tempo a tagliare de’ cenci; — il suo orrore sono i vestiti. — Il calzolaio è disgraziatissimo; — esso mendica eternamente, — la sua salute è quella di un pesce andato a male; — rosicchia il cuoio per nutrirsi»[3].
Per chi parlava così non vi era rifugio e salute che nella professione dello scriba, cioè nella professione che associava — sia pure nella maniera più indiretta — a’ vantaggi e alle soddisfazioni del comando, che serviva di strumento in tutta l’opera di dominazione all’interno e all’esterno e in tutti i suoi profitti immediati e mediati. Si potrebbe quindi voler vedere un po’ di partito preso in questo suo schizzo della vita sociale, ma il ritratto è così spontaneo e così improntato a un buono e schietto realismo, che, anche smorzando le tinte, l’impressione non si cancella, nè si attenua sensibilmente.
E si trattava dell’Egitto, cioè di un paese fecondo, ricco di materie prime, dove il ceto de’ lavoratori liberi pare che avesse un’estensione notevole specie rispetto a’ tempi più remoti del mondo antico.
Ora, questa vita travagliata e monotona e sempre delusa nello sforzo ostinato di trarre dal lavoro una ricchezza, un avvenire migliore, riconciliandole con la morte, con gl’istinti predatori, con la confidenza nella fortuna, doveva non di rado rendere accetto anche a queste classi della popolazione il partito della guerra, con le sue avventure, con le sue promesse di bottino, con le sue prospettive di fortuna militare, e doveva trarre anche dal loro vago, non chiesto, impersonale consenso altra esca da aggiungere al fuoco, onde divampavano le guerre.
V’è tuttavia un popolo che sembrerebbe costituire un’eccezione e quasi un’antitesi a questo spirito bellicoso; un popolo che, evocato, fomentato e sorretto dalla forza stessa delle cose, pareva penetrare tutto e tutti: è il popolo de’ Fenici.