Succedeva inoltre che, come suole accadere nella storia, dove dal seno stesso di un fenomeno germoglia il fenomeno contrario, dalle conseguenze stesse della guerra rampollasse un desiderio di pace.

E non soltanto per le vicende varie e immediate della guerra, ma anche per lo strascico che lasciava dietro di sè. Poi, dove la guerra aveva accumulato ricchezza con bottino e tributi e creato uno stato sia pure fugace di prosperità e con questo un più elevato senso della vita e altre specie di attrattive, non solo doveva parere più sgradito arrischiare la vita, ma gli stessi disagi di spedizioni spesso lontane dovevano cominciare a riuscire ripugnanti. Lo stesso pungolo dell’ambizione cominciava a trovare altre mète e altre soddisfazioni in uffici civili e ne’ trionfi anche più efimeri dell’ordinaria vita sociale.

Così, in mezzo allo stesso fiorire dello spirito guerriero, si faceva strada la voce che n’era l’antitesi; e, mentre l’Egitto trionfava de’ trionfi di Ramsete III: «Perchè dici tu che l’ufficiale di fanteria è più felice dello scriba? — domandava uno scriba al suo allievo. — Aspetta, che io ti dipinga la sorte dell’ufficiale di fanteria, tutta l’estensione delle sue miserie! — Lo si prende, ancora fanciullo, per chiuderlo nella caserma: — una piaga che lo sega si forma sul suo ventre, — una piaga di logoro è sul suo occhio, — una piaga lacera è sulle due sue sopracciglia; la sua testa è intaccata e coverta di umore. — In breve, egli è battuto come un rotolo di papiro, — egli è infranto dalle violenze. — Aspetta, che io ti dica delle sue marce verso la Siria — delle sue spedizioni in paesi lontani! — I suoi pani e la sua acqua sono sulle sue spalle come il carico di un asino, — e rendono il suo collo e la sua nuca simili a quelle di un asino; — le giunture della sua schiena sono fiaccate. — Egli beve un’acqua guasta, — poi ritorna alla sua guardia. — Raggiunge il nemico, — è come un’oca che trema, — perchè non ha più valore in tutte le sue membra. — Finisce per venire in Egitto, — è come un bastone roso dal verme. È ammalato, — lo si porta su di un asino, — le sue vesti, le portano via i ladri; — i suoi domestici, se la battono»[2]. E, la stessa analisi che ha fatta pel fantaccino, lo scriba la fa pel milite di cavalleria, facendovi su dell’ironia, spargendovi quel riso, che diventa la maggiore condanna di un’istituzione, in quanto mostra che questa è omai impotente a muovere lo sdegno e perisce, presto o tardi, sotto quell’eco dell’impotenza pretenziosa ch’è la caricatura.

Ma questa aspirazione alla pace, per quanto naturalmente viva e sentita, specie in un paese come l’Egitto, rispondeva piuttosto a un senso di stanchezza, a un ripullulare della gioia di vivere, a un bisogno, a un desiderio individuale che non ad una possibilità sociale.

La guerra, ch’era una necessità, era anche in que’ tempi un esercizio, mercè cui si soffocava un pericolo in germe, lo si combatteva sul nascere; e, se non riusciva eliminarlo, lo si teneva almeno lontano col prestigio di un valore altrimenti dimostrato e lo si respingeva, al sopravvenire, col vantaggio che potevano dare un’esperienza della guerra e una mano addestrata.

Quel periodo più antico della storia era una vera vigilia d’armi, in cui guai a chi si addormentava!

La guerra esauriva quest’imperi, vinti o vincitori; ma — strana condizione — nemmeno li salvava la pace.

L’Assyria ha un relativo periodo di pace sotto Ashshourdân II e Ashshournirari II, ma non è quello precisamente il suo periodo più fiorente, e si rileva e si riafferma appresso, riprendendo la logoratrice eppur fatale politica guerriera e conquistatrice.

Oltre ad essere una necessità e un esercizio, la guerra era poi anche un’intrapresa.

Ne’ momenti in cui si realizzò un impero quasi universale, la pace non aveva più lo svantaggio di compromettere nell’avvenire la sicurezza del paese; e, specialmente per paesi di ricca produzione e posti sulle grandi vie commerciali, compensava il peso de’ tributi con l’impiego più largo, più sicuro e più remuneratore di tutte le sue utili energie.