Uno Stato, che si proponeva di rinunziare o era costretto per un momento a smettere la guerra di conquista e a cessare di procurarsi all’estero con tributi e acquisto di schiavi gli strumenti adatti alla soddisfazione di tanti bisogni, doveva ripiegarsi su se medesimo per trarli dalla sua stessa popolazione, e non faceva questo senza destare i maggiori risentimenti o peggio ancora. Tutta la leggenda d’infamia, che, attraverso la tradizione greca, avvolge Cheope e Chefren, ha origine appunto nello scontento destato tra gli Egiziani col piegarli alle più dure fatiche, forse per l’insufficienza degli stessi elementi raccattati all’estero rispetto alla grandezza delle costruzioni. Asarhaddon si servì è vero della mano d’opera mercenaria, ma egli poteva far ciò appunto in virtù di larghi mezzi accumulati, con tante guerre, da’ suoi predecessori e da lui stesso, con i tributi che gli affluivano da ogni parte dell’impero portato con la conquista così lontano.
Questo atteggiamento, intanto, e questa disposizione di spirito, sempre pronti a un intento rapace, erano reciproci da uno ad un altro Stato; e, in tali condizioni, s’intende facilmente che la guerra offensiva, per intima necessità, diveniva anche guerra difensiva, in quanto mirava a prevenire ed eliminare l’attacco.
Perciò ogni Stato antico e precipuamente ogni impero d’Oriente — ciascuno ne’ limiti più o meno ampi de’ suoi rapporti e del suo orizzonte, — ha fatalmente innanzi a sè, come mèta e punto di attrazione, il miraggio dell’Impero universale, che, come un vero miraggio, per l’allungarsi progressivo dell’orizzonte, sembra ritrarsi proprio quando più sembra che lo si sia raggiunto e trae l’illuso in una corsa folle e vertiginosa, in fondo alla quale trova la sua stessa rovina.
Tutta la storia d’Oriente sembra confondersi nelle vicende di questi centri di forze, che si formano agli estremi del suo orizzonte per isvolgersi, assorbendo le forze gradatamente limitrofe, sino al punto di venire in contatto, ingaggiando, in un alterno conflitto sempre rinascente, un duello di vita e di morte.
Da un lato è il vecchio Egitto, il primogenito della storia, dietro cui in certi periodi, sullo sfondo, si disegna l’Etiopia; dall’altro, successivamente, l’Impero de’ Khiti, l’assyro-babilonese, il medo, il persiano, usciti a grado a grado dalla lotta ingaggiata prima tra loro e poi con i contermini minori. E, tra l’uno e l’altro di questi centri di due diversi ed opposti sistemi di forze, si trovano i popoli messi sulle grandi vie commerciali — sempre più disputate con l’elevarsi e moltiplicarsi de’ bisogni e fatti indici delle più rudimentali ragion di contesa — la Syria specialmente, che talvolta con le sue resistenze, nella sua buona fortuna, serve da antemurale e da tampone tra i due imperi opposti, più spesso è tutto un campo di battaglia, continuamente conteso e continuamente lacerato e insanguinato, preda, benchè sempre recalcitrante, del più forte de’ competitori. E le regioni più eccentriche dell’Asia minore, poste fuori del campo immediato delle lotte, si urtavano alla loro volta in un mutuo conflitto per divenire poi, vinti e vincitori, preda della più grande vittoria del trionfatore del resto d’Oriente.
Così la storia orientale ci fa assistere da prima a un movimento ascendente di conquista dell’Egitto, cui Thoutmosis III schiude la via e che culmina con Ramsete II per avere poi, a tratti, momenti di ripresa e di fortuna; ma a questo movimento ascendente fa riscontro un movimento di reazione che, dopo lungo fiottare, porta gli Imperi del Nord a rovesciarsi sull’Egitto e a conquistarlo, in modo che, quasi per un’ironia della storia, Esarhaddon finisce per segnare la sua vittoria sulla stessa stela di vittoria di Ramsete e Cambyse, e Artaserse Okkos va ad insultare e calpestare, nelle stesse sue sedi sacre, il sentimento religioso degli Egizî.
Una tale inevitabile alternativa della guerra finiva intanto per foggiare e plasmare quasi a modo suo i varî imperi, rinsaldava quelle divisioni di schiavi lavoranti e padroni combattenti, che costituisce, per tanto tempo e per tanta parte, la caratteristica maggiore del mondo antico, educava nella stessa classe di padroni uno spirito prevalentemente militare, allettava con i profitti delle conquiste, solleticava l’amor proprio nazionale, ubbriacava con i fumi della vittoria; in modo che l’origine prima e la radice di quel contrasto, così semplice e materiale, veniva acquistando un aspetto sempre più complicato, e il gigantesco conflitto millenario diveniva a volta ambizione conquistatrice di re, guerra religiosa, disputa di successione, intrigo di cortigiani e di gineceo.
Ma, in questa guerra perenne, insieme a un logorio di forze e di ricchezza, vi è un vizio intimo, che rodeva in mezzo a’ loro stessi trionfi i vincitori; onde l’esistenza stessa di quegl’imperi, come la fortuna di un giuocatore accecato, era messa di volta in volta allo sbaraglio su di un solo campo di battaglia, dove imperi più volte secolari crollavano di peso come castelli di carta faticosamente architettati da un fanciullo.
E questo spettacolo tipico d’immani e repentine ruine doveva naturalmente riempire il mondo di stupore e sembrare, a chi non sapeva altrimenti spiegarsi il collasso di quegli aggregati tenuti insieme dalla spada e dalla catena, come il capriccio di un dio onnipotente e vendicativo o il tetro disegno di un fato imperscrutabile, che si compiacevano a sperimentare il loro potere precipitando, tra l’onta e le stragi di una sconfitta, un dominatore del mondo da’ supremi fastigi di un trono nelle mani di un carnefice e nell’abbiezione di una prigione, o elevando un avventuriere sul soglio a cui aveva guardato con lo sgomento superstizioso del servo.
V’è qualche cosa intanto che la storia — specie d’Oriente — fatta in gran parte con i fasti, spesso auto-encomiastici, de’ re, lascia appena intravedere, e sono i dolori, i danni, le pene delle folle decimate, sterminate, spiantate dalle loro sedi, la cui eco s’intuisce attraverso il cinico grido di trionfo de’ vincitori, o vibra ne’ minacciosi vaticinî e nelle lamentazioni de’ profeti. Ogni impresa di guerra, oltre al numero di morti spesso ingente — se si vuol credere alle iscrizioni de’ re di Assyria specialmente — travolgeva in una vera rovina intere popolazioni, fatte segno alla strage, alle sevizie, non di rado trascinate da un estremo dell’impero ad un altro, come armenti.