Nella terra di Canaan, il regno faticosamente messo insieme da David è più volte minato da rivolte, che si riproducono sotto Salomone, e, alla morte di costui approdano alla scissione delle tribù e a un lungo periodo di lotte intestine tra il popolo di Giuda e quello d’Israele. In Assiria, mentre Assurnazirpal e Salmanassar III mirano ad allargare il dominio, portando l’impero sino a’ più lontani termini, sono frequentemente costretti ad accorrere per domare rivolte.
E, giù giù, venendo attraverso gli anni sino al tempo meno antico, in cui sulle rovine e dalle rovine di tutti gl’imperi precedenti si eleva l’impero persiano, si ha uno spettacolo uniforme e persistente, monotono, sino, nella sua tristezza, di rivolte spesso domate, ma sempre rinascenti; per cui la storia di questi antichi imperi sembra come un immane e ostinato sforzo di tenere insieme l’incoercibile, un travaglio di Sisifo, che non solleva la pietra se non per vedersela ricadere più pesante sul petto, un’opera delle danaidi che, non con acqua ma con sangue, intendono alla vana opera di riempire un vaso senza fondo.
È l’Assyria, che proprio quando crede di essere giunta al supremo fastigio della potenza e di avere stabilmente incatenato a sè i popoli vinti e i regni incorporati, vede dall’Ourarti, dall’Elam, dalla Caldea, dalla Syria, dall’Egitto, dal suo stesso seno, risorgere come fiamma da un fuoco male spento la rivolta e divampare minacciosa e terribile. È Babilonia che, prendendo lo scettro dalle mani dell’Assyria, ne eredita anche quel germe di trambusti e di dissoluzione. È il popolo ebreo, che, ostinatamente ribelle all’Egitto, all’Assyria, a Babilonia, a Damasco, feconda in sè stesso un lievito di ribellione, che impedisce e dissolve i suoi rinnovati tentativi di unità. È l’Egitto, che non solo vede smembrato e ritagliato dalla rivolta l’Impero esteso ne’ periodi di fortuna militare e di espansione, ma appare, ne’ suoi stessi antichi confini, un campo di lotta intestina, dove tutte le sue nidiate di principi giocano di volta in volta il loro circoscritto principato vassallo contro la speranza, qualche volta riuscita e spesso anche delusa, di arrogarsi il supremo comando e dar vita a una nuova dinastia. È l’Impero medo, dal cui seno per un atto di ribellione fortunata esce l’Impero persiano; è l’Impero persiano stesso, che, proprio quando pare avere stese le sue ali dall’Africa all’Europa, è minacciato, mentre Cambise scompare, dalla più vasta e più terribile delle rivolte.
Salmanasar IV, Ashhourdan II, Tiglath-Pileser II, Salmanassar V, Sabacone, Sargone, Sennacherib, Gyge, Assurbanipal, Naboukoudouroussour, Taharqou, Amasi, Dario, per nominare ancora, oltre a quelli già menzionati, alcuni de’ più tipici o de’ più noti, salgono al trono con le prospettive di rivolte da domare o per opera di una fortunata rivolta, o spendono gran parte della loro vita e della loro energia in un’opera di repressione diuturna ed estenuante.
E, corrispondente a questo male che travagliava all’interno le compagini più vaste o meno grandi, era la minaccia all’esterno. La compagine mal cementata, che così faticosamente giungeva a mantenersi in uno stato di equilibrio sempre instabile, pareva per giunta continuamente sotto l’incubo di essere attratta nell’orbita di masse maggiori o di urti esterni che la mandassero in frantumi.
Premute dall’alimento venuto temporaneamente meno per accidentalità naturali o reso insufficiente dal moltiplicarsi della popolazione, si spostava tutta una massa di popolo, che, schiudendosi l’adito in altri paesi, determinava alla sua volta un più persistente e più generale commovimento.
Di alcune di queste immigrazioni devastatrici e conquistatrici ci serba sopra tutto ricordo la storia di Oriente: l’invasione degl’Hyksos (Shasou) o pastori, che, riversandosi sull’Egitto verso la fine della 13ª dinastia, circa diciotto secoli prima dell’Era nostra, vi rimasero accampati per parecchi secoli; l’invasione de’ Gimirri o Cimmerii, nel settimo secolo, che annientarono tra gli altri il regno di Frygia, e l’altra degli Scyti, e, vinta la Media, messo in pericolo l’Impero assyro, si avanzarono come un turbine devastatore sin nella Syria e nella Palestina, deviati dall’Egitto per virtù di doni, anzi che per forza d’armi.
Ma questi costituiscono l’espressione più caratteristica e rilevante di fatti che, in proporzioni più ridotte e con carattere temporaneo, si dovevano riprodurre non di rado, specie dove paesi più ricchi ed inciviliti si trovavano a confinare con paesi poveri e rimasti a uno stato di civiltà rudimentale.
A prescindere poi da questi eventi — di piccola importanza se ricorrenti, di carattere straordinario se importanti — gli stessi Imperi costituiti si trovavano, l’uno rimpetto all’altro, in condizione permanente ora di dover respingere un attacco, ora di doverlo realizzare, in uno stato di ostilità, insomma, ora latente, ora aperta.
Lo stato affatto rudimentale del modo di produzione, la tecnica poco sviluppata e meno che mai proporzionata al carattere gigantesco delle opere eseguite o progettate, il commercio poco sviluppato e sempre impedito da difficoltà di ogni sorta; tutto sembrava spingere a concepire come possibile l’accumulazione della ricchezza e l’elevazione del tenore di vita solo mediante grandi e periodiche razzie, che venivano così lentamente e insensibilmente a confondersi con la prospettiva stessa del progresso.