I. Guerra e pace nell’antico Oriente.

Sembrerebbe davvero che col solo suo nome l’Oriente dovesse evocare immagini di pace anzi che di guerra: un fantastico miraggio di rive fiorenti, di pingui pascoli, di messi lussureggianti, di flore maravigliose, tra la cui dovizia, sotto gl’ineffabili splendori di un cielo sereno, un popolo molle, in un tenue abbandono, coglie senza pena e senza tumulto dall’albero della vita il frutto maturo. E veramente — meno che là dove il terreno, salendo di balza in balza andava a perdersi in montagne erte ed inospiti, o, prolungandosi in brulle pianure, andava a finire in un mare sterminato d’arene — veramente la natura vi faceva sfoggio, quasi, di tutta la sua potenza creatrice, di tutta la sua virtù fecondatrice; sicchè ivi prima che altrove l’uomo non ancora educato a usufruire, comprendendole e domandole, le forze naturali, potè costituire le prime forme di società civili, divenire strumento e artefice di civiltà e armarsi di quelle fondamentali cognizioni e rudimentali esperienze, che dovevano essere arra e leva di tanti ulteriori progressi.

Perfino dove i fiumi gonfi e straripanti pareva dovessero essere nient’altro che una forza devastatrice, il sole torrido svolgeva, come in Mesopotamia e in Egitto, dal limo abbandonato ubertà di prodotti e tesori di vita; dove le sponde precipitavano scoscese verso il mare, speciali vegetazioni trovavano il modo di spiegare tutto il loro rigoglio; e la costa, rósa ne’ suoi seni, bizzarramente tormentata ne’ suoi promontorî, formava porti, faceva sorgere città munite dalla loro posizione e dal mare, onde si sarebbero spiccati col tempo voli più lontani, creando con lo scambio de’ prodotti e l’intreccio de’ commerci nuove fonti di ricchezza e nuovi mezzi di civiltà e di progresso. E, intanto, ora, si lottava col mare, addestrandosi e costringendolo a dare con la pesca tutti i mezzi di vita di cui era capace. Anche la fauna, varia, strana e spesso infesta, che popolava i piani e le selve e sembrava fare all’uomo una concorrenza vitale, forniva, spesso, anch’essa, materia di caccia; e, in parte eliminata, in parte educata e allevata, si risolveva in una sostentatrice della vita, in una cooperatrice dell’agricoltura e de’ primi scambî rudimentali.

Pure, in mezzo a tanta abbondanza e tali favorevoli condizioni di vita, l’uomo era troppo abbandonato alle variabili vicende naturali, come un veliero che solca agile l’onda, se ha il vento in poppa, ma resta inerte con le vele pendule e flosce se l’aria ristagna, o va a rompersi contro gli scogli e le punte, se per una bizzarria del tempo diventa ludibrio de’ venti. Una piena poco abbondante, una stagione troppo secca, una invasione di cavallette, una morìa di greggi, una epidemia sterminatrice, un improvviso, se anche temporaneo variare delle condizioni di prosperità contro cui l’uomo non era nè agguerrito, nè protetto, spargevano la carestia, la miseria, l’inedia dove ancora poco tempo innanzi erano l’abbondanza e l’opulenza.

Ancora, questi doni della natura, oltre a non essere costanti, non erano neppure ugualmente ripartiti, e — a prescindere dalle zone più lontane dove il cielo azzurro scompariva sotto la monotonia di nebbie incombenti e il clima mite s’incrudiva in geli persistenti — da luogo a luogo variavano spesso le condizioni di produttività del suolo e le agevolezze di vita; e a distribuire i prodotti — anche per avventura adeguati — facevano impedimento i luoghi impervii mancanti di comunicazioni, la mancanza di mezzi e organi atti agli scambi, la produzione limitata al consumo domestico e la stessa corrispondente organizzazione sociale e politica prettamente locale, conformata in circoli chiusi, ristretti ed esclusivi.

La prima e più antica forma, infatti, sotto cui ci appariscono la Mesopotamia, la Syria e anche l’Egitto stesso attraverso la tradizionale leggendaria unità primitiva, è quella di piccole sovranità locali, limitate a città e regioni, non coordinate tra loro, messe semplicemente l’una accanto all’altre in un puro rapporto di contiguità territoriale e messe in rapporto tra loro, unicamente o sopratutto, dall’ambizioso desiderio di subordinare, dalla recalcitrante renitenza a subordinarsi, sentendo tutte le molestie e i danni di una perpetua minaccia, di una difesa permanente. Destinate, anche più facilmente dalla posizione spesso piana e non munita de’ luoghi, ad un inevitabile assorbimento del più forte, intanto si trovavano in una condizione, per cui la sterilità del paese vicino, l’accrescersi della sua popolazione, una carestia, un sentimento di prevalenza determinavano una incursione, che, per effetto di successive azioni e reazioni, si risolveva in uno stato frequente se non continuo di guerra.

Il movimento di unificazione, l’allungamento e l’arrotondamento del dominio, che doveva riuscire a respingere sempre più indietro la zona esposta alle aggressioni e a’ danni di attacchi continui e a costituir così un ambito più largo di sicurezza e di garentita operosità, formava il primo, più urgente e più impreteribile còmpito del tempo; ma anche a questo stadio dell’evoluzione civile non si giungeva se non attraverso una serie lunga e sempre ricorrente di guerre. Tutti quelli, a cui la tradizione attribuisce di avere originariamente costituita questa unità di dominio, o che la ricostituirono per tempo più o meno lungo, dopo che s’era dissolta — Mini, il primo re della vaga tradizione, Amenemhat I della 12ª dinastia, Ahmos il liberatore del territorio, Tafnakht de’ principi di Sais, Piônkhi, Sabacone, Taharqa in Egitto, Davide in Palestina, Sargone I nella Caldea, per tacere d’altri meno lontani — sono re guerrieri, che hanno imposta combattendo la loro sovranità e hanno suggellato con la spada il legame o la catena, con cui hanno ristretto insieme città e regioni indipendenti e nemiche. «È un bravo che opera con la spada — dice di Amenemhat I un documento contemporaneo[1] — un valoroso che non ha l’uguale: egli vede i barbari, si lancia, s’abbatte su’ predoni. È un lanciatore di giavellotto che rende deboli le mani del nemico: quelli ch’egli colpisce non alzano più la lancia. È un terribile che spezza le fronti: non gli si è resistito nel suo tempo..... È un bravo che si getta innanzi quando vede la lotta.....». E le iscrizioni, che parlano di Sargone I, sono tutto un inno di guerra, che ne canta la gloria.

D’altra parte, raggiunto questo primo scopo e realizzato questo primo còmpito di ampliare, unificando, il dominio, non si era fatto ordinariamente che spostare il campo della guerra verso un confine più lontano; e, anche all’interno, non sempre e non continuamente si era giunto a costituire un ambiente di pace.

Questi imperi dell’antico Oriente — se pure qualcuno ha cercato talvolta, riuscendovi in parte, di renderli più organici o meno inorganici — in genere hanno poggiato sempre sopra una base poco salda e coerente di una sovranità personale, e non sono andati oltre un’organizzazione di carattere tutto feudale. I paesi conquistati, come quelli aggregati o presi sotto protezione, restano sotto la reggenza de’ vecchi sovrani, perdonati o sommessi, o passano sotto il governo de’ nuovi investiti; e questi prìncipi, più spesso vassalli che governatori, hanno per tutto obbligo verso l’alto sovrano, insieme alla fedeltà, il pagamento di un tributo, ordinariamente in natura, e il dovere di fornire de’ contingenti armati sia per le guerre difensive che per quelle di conquiste. Dopo il tentativo di organizzazione fatto da Tiglath-Pilsesar II e di Sargone, bisogna arrivare a Dario d’Istaspe per trovare un sistematico congegno amministrativo, con poteri e funzioni distribuite, che, peraltro, se rappresenta un notevole progresso su’ precedenti aggruppamenti meccanici, è ben lungi dall’eliminare ogni inconveniente. Con un vincolo rilassato e fragile come questo, non solo rimaneva campo alle guerre che questi prìncipi vassalli, e perfino governatori, si facevano tra di loro, ma spesseggiavano rivolte, guerre interne, per rifiuto di tributi, tradimenti e tentativi d’emancipazione; e, alla morte del gran re, specie se questi non aveva avuta la preveggenza di associarsi il successore, scoppiavano tra i vassalli e nella sua stessa famiglia ribellioni e inquietudini che dissolvevano l’impero o lo mettevano a un punto dalla ruina. In Egitto, da Nitocri all’undecima dinastia, durante cinque secoli circa, com’è lecito desumere dalla brevità de’ regni e dallo spostamento di sedi delle dinastie, vi dovette essere una grande persistenza di ribellioni e lotte intestine. L’undecima dinastia solo verso il suo finire giunse a riunire la sovranità dell’Egitto, poi riperduta sotto la dodicesima. Le tribù del deserto, specialmente, già da prima sempre combattute e spesso vinte ma mai stabilmente sottomesse, tornano, come torneranno ancora appresso a fiottare o a volteggiare petulanti a’ confini. Nella XIII dinastia si ha un’usurpazione militare o sacerdotale che sia. La XIV dinastia segna un altro spostamento di sede da Tebe a Xois; e l’invasione degli Hyksos (Shasou) coglie e sopraffà l’Egitto, appunto in un periodo di lotta intestina, più debole per la discordia.

L’unificazione della Caldea sotto l’egemonia de’ prìncipi di Ouran non fu di lunga durata, e Sargone I, che successe loro, ebbe turbato di rivolte il regno, che si dissolvette sotto il figliuolo Naramsin. Unificata ancora la Caldea sotto Kammourabi, cominciano ancora le rivolte che vanno poi a finire con lo spossessamento de’ sovrani elamiti, mentre nello sfondo comincia a disegnarsi la sorgente potenza dell’Assyria. Le discordie de’ popoli di Syria alla loro volta aprono più facile campo alle imprese di Thoutmos III, mentre all’altro estremo del dominio di costui gli Etiopi mantengono un intermittente ma persistente fomite di ribellione e di guerra. La morte di Thoutmos III e l’avvenimento al trono del figliuolo Amenhotpou II è il segno di una più generale sollevazione, vinta e repressa con mano ferrea, senza impedire peraltro che in tempo più lontano la XVIII dinastia si estingua in mezzo alle lotte intestine. E Harmhabi, l’instauratore — della dinastia successiva, deve quasi ricomporre da capo l’Impero egiziano. Seti I è costretto a farsi de’ Khiti, prima vassalli, degli alleati; e nondimeno il figlio Ramsete II se li trova ancora di contro; e con essi ancora la Syria, a ridurre all’obbedienza la quale basta appena una lotta di quindici anni. Sotto Minephtah maturano moti di ribellione che scoppiano più aperti alla sua morte e finiscono con lo schiudere la via del trono a un usurpatore.