In ordine al luogo, le lezioni si dividevano in pubbliche e private.

Nei primi secoli della formazione delle università i dottori tenevano scuole in luoghi privati e frequentemente si ricordano nelle storie contratti di cessioni, per i quali col correspettivo di una somma convenuta, qualche dottore cedeva i propri scolari ad un altro.

Il giureconsulto Bulgaro, che fu uno dei primi dottori dello Studio bolognese, faceva scuola in casa propria, che fu detta perciò «Curia Bulgari» e la tradizione vuole che fosse in quel luogo dove è posto l'Archiginnasio[366].

Quando i dottori avevano un numeroso uditorio, facevano le loro lezioni o in qualche convento o nella sala del palazzo del Comune. Si narra da alcuni storici che alle lezioni di Azone in Bologna accorressero tanti scolari che egli fu costretto di leggere in pubblica piazza[367].

Quando ogni università ebbe tutte le scuole riunite in un solo edifizio (il che avvenne assai tardi) fu proibito ai dottori di leggere in casa propria e specialmente in quelle ore nelle quali erano aperte le scuole pubbliche, affinchè l'insegnamento universitario non fosse danneggiato dalla concorrenza delle lezioni private.

Jacopo d'Arquà, dottore di medicina, provocò un decreto dal collegio degli artisti di Padova per proibire le lezioni private e la lettura facoltativa di certi libri di medicina agli scolari. Alcuni dottori volendo compiacere gli scolari, si riunivano nella notte in casa loro e leggevano quei libri che incontravano maggior gradimento. A questo abuso fu rimediato con un editto nel quale si prescrivevano i libri che dovevano essere interpretati nelle scuole[368]. Nel 1680 in Ferrara fu emanato il seguente editto che riguarda lo stesso argomento.

«D'ordine dell'Illustrissimi signori Giudice e Maestrato de' Savii e de' signori riformatori dello Studio, si proibisce ad ogni lettore dell'università di leggere lezioni private in casa la mattina e la sera dal punto che suona la campana dallo Studio fino all'ultima ora, che si legge nel medesimo, affinchè gli scuolari non siano sviati dal concorrere alle pubbliche lezioni e questo anche in ordine alle Costituzioni sotto pena alli contraventori della perdita dell'emolumento di quella terzaria nella quale contravverranno, rimanendovi tempo di potere esercitare questo lodevole impiego il quale servirà anche di merito mentre fatto nelle hore fuori di quelle destinate alle lezioni pubbliche diverrà sostenimento e non deteriorazione del medesimo Studio[369]

Con questa proibizione però la libertà d'insegnamento, non riceveva nessuna limitazione, essendo concesso ai dottori di leggere in privato senza alcuna sorveglianza, purchè se ne astenessero nelle ore in cui erano aperte le pubbliche scuole; e ciò per prevenire una concorrenza che invece di favorire l'incremento degli studii li avrebbe danneggiati.

Alcuni fra i dottori che insegnavano nelle università, per procurarsi più lauto guadagno colle lezioni private, o per fuggir la fatica, abbandonavano talvolta le scuole o non le frequentavano con molta assiduità. A ciò provvidero gli statuti comminando pene severe a quei dottori che non avessero potuto giustificare le loro assenze. A Bologna ogni dottore che avesse lasciata la lezione era condannato a pagare due lire, e venti soldi in caso che avesse cominciata la lezione dopo l'ora stabilita. Gli scolari poi, che fossero arbitrariamente rimasti nelle scuole dopo finita la lezione, erano sottoposti all'ammenda di 10 soldi[370].

Anche le altre università sanzionarono pene pecuniarie contro i dottori trascurati e negligenti. In Padova durante l'anno scolastico era rigorosamente proibito a ciascun dottore di uscire dalla città, e quei professori, che avessero lasciate le lezioni o fossero arrivati più tardi dell'ora prescritta dagli statuti, erano condannati ad un'ammenda da detrarsi sul loro stipendio[371].