Negli ordinamenti dello studio di Siena del 1481 fu imposto ai dottori di leggere ogni giorno sotto la sorveglianza del Rettore, il quale in caso di loro assenza era tenuto a pagare lire 25 del proprio di ammenda; e lire 10 il dottore che trasgrediva, da ritenersi sul salario[372]. Anche gli statuti dell'università di Napoli punivano quei dottori che mancavano alle lezioni, sottraendo un giorno dal loro stipendio. Così pure nelle riforme dello studio di Pisa si usò molta severità verso quei dottori, che mancavano ai loro doveri, imponendosi che quei che non fossero nelle scuole all'ora debita venissero appuntati dai bidelli, i quali senz'altro aspettare dovevano fare entrare in cattedra quelli presenti. Fu stabilito inoltre che non fossero ammessi impedimenti di sorta alcuna ai professori mancanti se non constassero da causa legittima[373].
Oltre le pene severe contro i dottori negligenti fu da molti statuti ordinata una rigorosa sorveglianza sulla loro condotta. I bidelli, come apparisce da' documenti, avevano un doppio obbligo: l'uno pubblico e manifesto ed era quello di annotare o, come dicevasi allora, appuntare i nomi di quei dottori che avessero lasciata la lezione o fossero arrivati più tardi dell'ora voluta dagli statuti[374]; l'altro segreto che consisteva nell'informare di nascosto gli uffiziali che sopraintendevano allo Studio della condotta di ciascun dottore e della sua capacità, e della fama che godeva presso gli scolari.
Ecco uno di questi rapporti, fatto da un bidello dell'università di Pisa agli uffiziali di quello Studio, che risiedevano in Firenze.
«Magnifici et excellentissimi Domine, salutem. Solo questo, perchè mangiando il pane delle vostre Signorie mi pare dovere, quando accade alcuna cosa inonesta, a quelle darne aviso per potere detto pane mangiare senza stimolo e carico di coscienza. Sia noto alle Vostre Signorie come infra questi legisti si legge molte poche lezione, che appena arrivino alla metà del tempo debito, e come alle prime ordinarie da mattina manca del suo dovere M. Pier Filippo il quale debbe leggere ore due in voce et una in scriptis, e poi legge un'ora in voce. M. Lancellotto fa francamente suo debito et è simile M. Felino. M. Floriano non è maraviglia se non finisce le due ore in Cattedra perchè non potrebbe rogare un testamento per mancamento di testimoni[375] ha alla sua lezione tre o quattro scolari e non li passa. M. Bartolomeo Sozzini legge la mattina dopo le prime lezioni et ha una mezz'ora in scriptis et una mezza in voce, sicchè legge mezz'ora e non più. M. Antonio Bolognetti legge alla medesima ora, un ora in voce. Gli Istitutori leggono mezzora e non giova con essi mie parole. M. Baldo entra alle venti ed ha un'ora in iscriptis ed un'ora in voce: gli altri fanno il dovere assai di presso e massime gli Artisti. Prego le Vostre Signorie provvegghino in forma che a me non abbia a nuocere, imperocchè quando ricordo qualche volta faccino il dovere, il minimo pedante che ci è minaccia di farmi cassare o darmi delle busse.... a dì 23 maggio in Pisa[376].
«Bartolomeo Pasquini.»
L'anno scolastico nelle università medioevali si estendeva ordinariamente a dieci mesi. Il tempo dell'apertura delle scuole variava secondo gli statuti. Generalmente l'inaugurazione degli studii si faceva nell'ottobre il giorno di S. Luca, coll'assistenza delle autorità e degli scolari, che si recavano solennemente a udir la messa nella Cattedrale.
Le vacanze annue di ciascuna università si possono calcolare in media a circa novanta. Ordinariamente le vacanze del carnevale (Baccanalia) e di Pasqua erano di quindici giorni; di Natale undici.
Quando in una settimana non ricorrevano altri giorni di festa, erano sospese le lezioni del giovedì.
Alla morte di un dottore si soleva fare vacanza perchè gli scolari e gli altri dottori potessero andare collegialmente dietro il corteggio in segno d'onore[377].
Per la morte di Azone in Bologna fu differita l'apertura delle scuole fino ad Ognissanti in segno di grande lutto per la perdita di tale insigne giureconsulto[378].