E bene osserva il Buonaiuti che ciascuna disciplina e ciascun gruppo di discipline deve formarsi il suo metodo. E ciascuna, infatti, delle discipline morali, storia, letteratura, filosofia, dovrà crearsi nel proprio seno i proprî metodi e le proprie leggi: come difatti è avvenuto in passato, senza chiedere il permesso alla filologia scientifica. Ma se vogliamo poi trovare una disciplina e un metodo che accolga in sé, come sottordini, tutte quelle leggi e quei metodi, questa disciplina non sarà, no, la filologia col suo metodo ordinativo. Sarà la disciplina che ha per proprio cómpito lo studio d'ogni fenomeno del pensiero mediante i piú raffinati strumenti del pensiero: sarà la filosofia. Onde giusta è l'antica denominazione che chiamava filosofica la facoltà di lettere, che oggi si vorrebbe ribattezzare in filologica.
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E di tutto questo ragionerò ampiamente nel mio prossimo volume, dove il Buonaiuti vedrà collocata anche materialmente, nel suo giusto luogo, e con le sue debite attribuzioni, la sana ed onesta filologia.
Ma fin d'ora voglio rispondere ad un altro appunto suo, che, del resto, e prima e dopo di lui, mi è stato rivolto e ripetuto centinaia di volte. Ed è questo. Che, a parte qualsiasi discussione teorica, la mia ribellione contro la micrologia filologica può indurre altri a trascurare il minimo accertamento dei fatti, anche nei casi e nelle fasi di studio in cui lo proclamo anche io indispensabile ed unico. Sicché si affacci il pericolo di tornare al periodo di ignoranza e di confusione, alla fabbrica di castelli in aria, che screditavano l'Italia di fronte agli stranieri, prima che prevalesse anche fra noi questo benedetto metodo scientifico.
Qui rispondo intanto, in via preliminare, che mi sembra mal vezzo, e d'indiretta importazione germanica, questo battezzare castelli in aria tutte le opere fiorite in Italia prima del sullodato metodo scientifico. Castelli in aria le opere di Genovesi, di Romagnosi, di Galluppi, di Verri, di Beccaria, di Micali, di Amari, di Vannucci, di Gioberti, di Rosmini, di De Sanctis, di Giuseppe Ferrari, di Cattaneo, e lasciamone tanti altri, e lasciamo i puri e grandi artisti, che rifulgono come stelle, e tutti li ammirano? Se gli stranieri d'allora traevano dalle opere di quegli uomini insigni argomento di scredito per l'Italia, peggio per loro: vuol dire che erano ignari o prosuntuosi. Se gl'Italiani d'oggi non leggono piú le loro opere, peggio per loro: vuol dire che sono incitrulliti e imbastarditi. Lasciamo andare, filologi scientifici e sofi rihegeliani: prima di spifferare certe sentenze, leggete un po', invece di tante contemporanee scipitezze alemanne, le opere dei nostri grandi.
Ma andiamo avanti. Io domando ora questo solo al Buonaiuti. Dato e non concesso che la irriverenza mia verso la filologia scientifica, dovesse incoraggiare questo o quello studioso a buttarsi sull'imbraca, e a far d'ogni erba fascio, ne discenderebbe forse la ineliminabile conseguenza che avessero a divenire babbei tutti quelli che debbono leggere, esaminare, o giudicare a effetti pratici le loro opere? Vi risulta forse, oh puri Scienziati, che nei concorsi ove ebbi l'onore di seder giudice al Vostro fianco, io mi sia compiaciuto mai di esaltare lavori retorici, gonfi, da acchiappanuvole? Anche qui avete giuocato sull'equivoco, e non onestamente. Ripensateci su, egregi Colleghi. E vedrete che fra Voi e me la differenza consisteva in ciò solamente. Che io soffiavo tanto sui castelli di carte italiane quanto su quelli di carte tedesche. Mentre Voi, non dico tutti, ma parecchi di Voi, quando al posto d'un pacifico re di coppe vedevano un macellaro kaiser di spade, chinavano riverenti la fronte e il ciglio, e quel castello di carte lo pigliavano per una rocca ciclopica.
Rinfoderate, cari Colleghi, rinfoderate questo patriottico timore che i miei principî possano indurre i giovani alla fannullonaggine. Anzi, la vostra «filologia scientifica» che, almeno in pratica, non va oltre alla raccolta dei fatti sgranati, alla minuta osservazione enumerativa, che Bacone dichiarava fanciullesca, questa filologia, esaltatrice, non senza proprio interesse, della inoperosa dottrina, consente, sotto le pompose apparenze, la profonda inerzia intellettuale. Ma nessuna inerzia consentono i principî miei, che in ogni ordine di disciplina morale richiedono pensiero, pensiero e pensiero.