Io immergo una verghetta nel fondo melmoso d'una piccola gora: ed ecco sul velo dell'acqua un pullulare ed un crepitare di bollicine che scoppiano. Se indugio a considerare il fenomeno, una serie di domande affiorano al mio pensiero. Da che cosa sono prodotte quelle bollicine e quello scoppiettío? Da qualche cosa di aereo che si trovava imprigionato nel motriglio. Come poté trovarcisi? E perché se ne è sprigionata quando io v'ho immersa la verghetta? Perché è salita alla superficie? Di che materia s'ebbe a formare la pellicola delle bollicine? Perché queste si sono frante? E perché il crepitio? — Se avvicino ad esse un fiammifero, brilla una vampa, e s'ode uno scoppio. Perché questi nuovi prodigi? E piú insisto, piú si moltiplicano i problemi. E se li risolvo, io scopro altrettante leggi. E ciascuna di queste leggi, snidate dal minuscolo fenomeno, è universale, investe e regola ogni altro fenomeno affine, per quanto solenne e smisurato. Le medesime leggi osservate nella piccola gora reggono la meccanica dei mondi. Quando io le ho scoperte, io posseggo altrettante formule magiche. Applicandole in grande proporzione, io posso illuminare una città, o lanciare un immane ordigno negli abissi del mare o ai vertici dell'atmosfera. E ciò che avviene per questo fenomeno, si verifica per ciascun altro dei fenomeni naturali, anche minimi o impalpabili. Il fremito delle alucce d'una libellula, il guizzolare d'una tenue luce sul mobile specchio d'un'onda, il vario sibilo del vento fra gambi d'erbe ineguali, nascondono, sotto un velo specioso, infinite leggi universali meravigliose. Chi piú riesce a sollevare il velo mirabile, ad insistere, scrutando il fenomeno in ogni suo menomo anfratto, ad incalzarne il principio generatore per ogni piú riposto meandro, sino a coglierlo, a formularlo, a stabilire la legge, quegli è scienziato. E l'esperienza, oramai piú che due volte secolare, dimostra che questo insistente minutissimo esame dei fenomeni, applicato alle scienze fisiche, le costringe, diciamolo con gergo barbarico ma efficace, al loro massimo rendimento.

Veniamo adesso agli studî storici. Esiste un dubbio se un gran poeta, diciamo Vincenzo Monti, fu battezzato il 15 sera o il 16 mattina. Tizio, sitibondo di verità, sale in ferrovia, accorre sui luoghi, importuna gente, compulsa archivî, scopre l'atto di battesimo, il padrino, la madrina, il prete che battezzò, il chierichetto che porse l'acqua santa, e quanto ebbe di mancia, e gli assistenti, e la progenie degli assistenti; e poi scrive un articolo, due monografie, tre polemiche e un volume di 650 pagine. Tizio è un imbecille.

Ho scelto il secondo esempio grosso e marchiano, sebbene non fuori dalla possibilità, anzi dalla realtà[3], per rendere l'antitesi piú evidente. Ma è certo che tutti i fatti d'ordine storico, o letterario, o artistico, si troveranno con quello d'ordine fisico in analoga antitesi. In due discipline, cioè la ritmica e la glottologia, torna utile e conduce alla scoperta di leggi una analisi altrettanto minuziosa. Ma egli è che la prima di queste discipline non è morale, bensí fisica, perché, quando è ciò che deve essere, studia fenomeni d'ordine puramente acustico. E la seconda, è in parte (gran parte) fisica, e in parte direttamente psicologica: sicché, piú rigorosamente per quel lato, e meno per questo, rientra nell'àmbito delle vere e proprie scienze esatte. Ma nelle schiette discipline morali, l'insistere indefinitamente sui fatti — una data storica, la originaria lezione d'un passo, perfino l'autenticità di un documento — non conduce di per sé a grandi risultati.

Tentiamo ora la controprova. Poniamo, che in una osservazione d'ordine fisico, si giunga ad una analisi incompleta o inesatta. Ed ecco, la legge vi sfugge, o, peggio, stabilite una falsa legge, che sarà a sua volta feconda d'errori infiniti. Esempio, il famoso principio dell'orrore pel vuoto. Al contrario, nelle discipline storiche la minore esattezza del fatto non conduce di per sé a conseguenze nefaste. Vico scoprí veri stupendi lavorando su materiale limitato e viziato non solo dalla minore emendazione obiettiva, ma anche dalla tendenza della sua mente ad alterare le accolte testimonianze filologiche. La piú bella, anzi l'unica storia della letteratura italiana fu scritta dal De Sanctis quando si conoscevano assai meno fatti e assai meno vagliati di quelli che conosca adesso ogni mediocre studioso.

Sicché, per concludere, e tornando al barbarico gergo efficace, la «paziente industria del metodo induttivo» applicata alle discipline morali, non le costringe al massimo rendimento. Essa non ci può dare altro se non la emendazione del materiale. E non è questa, badiamo bene, una tara che si sia cosí scoperta nel metodo induttivo. Perché questa sua applicazione è una scimmiottatura: perché il metodo che serve a scoprir leggi, applicato dove leggi da scoprire non ci sono, non conserva piú la sua vera sostanza, ma conserva solo una esterna parvenza: non è piú metodo induttivo, bensí metodo ordinativo. Ora, l'ordinamento è una bella cosa, è, ripetiamolo, il primo gradino d'ogni studio; ma nell'ordinamento non si esaurisce lo studio. E tutti sentono che ben altre sono le vette a cui debbono aspirare le discipline morali.