La definizione è senza dubbio sonora e decorativa. Stringere in fascio i diversi rami d'una dottrina è operazione che semplifica ed agevola l'economia del sapere. Metodo induttivo, ciò è Galileo, scienza moderna, scoperte, chiniamo, dico meglio, chino la fronte reverente. Ma vediamo un po' che cosa realmente significhino, a stringerle da vicino, tutte queste belle parole.

Le discipline da raccogliere, secondo il Vico, sotto le grandi ali della filologia, sarebbero l'epigrafia, la numismatica, la cronologia, «i commentari» (non istorie, dunque) sulle repubbliche, i costumi, le leggi, le istituzioni. Aggiungiamo pure la etnografia, la geografia antica, la mitologia comparata, l'archeologia, la diplomatica, la paleografia, ecc.

La mèta che si prefiggono tali studî dev'essere, secondo il Vico, di confermare la tradizione [firmare constantiam auctoritatis].

E quale sarà il metodo da applicare per raggiungere questo scopo? La tradizione, con i suoi errori, le sue incertezze e le sue alterazioni, è un fatto della intelligenza umana. Perciò cade sotto certe leggi della psicologia, della ideologia e della logica[2]. A queste scienze, e, in pratica, piú che altro, alla logica formale, attinge il suo metodo questo lavoro di conferma della tradizione.

Ora, se ciascuna delle discipline sopra enumerate, e le possibili affini, volete chiamarle scienze, padroni, è questione di nomi. Se volete battezzare scienza filologica il loro complesso, accomodatevi. Se volete formulare le minute regole dei metodi applicati a studiarle, nessuno si oppone.

Il guaio incomincia quando volete accogliere sotto quella denominazione ed imporre quei metodi ad altre discipline che, pur movendo dai medesimi fatti, si prefiggono altro fine ed esigono altro metodo: cioè alla storia, alla storia della letteratura e dell'arte, alla storia della filosofia e alla filosofia (giacché anche questa, e massime la parte antica, si andava allegramente convertendo in filologia).

In queste discipline, che per brevità chiamerò morali, lo scopo supremo non è punto quello di allineare fatti, e siano pure emendati, emendatissimi. E perché questo non è il loro scopo, non ha diritto sovra esse il metodo che a quello scopo conduce: il metodo filologico, che solo per grave abuso, lo vedremo, il Buonaiuti identifica col metodo induttivo. Non già imporre orgogliosamente il proprio metodo, bensí offrire con deferenza il materiale da lei raccolto deve la filologia alle discipline morali.

Tutto questo dovrebbe essere elementare, chiaro, assiomatico. Se cosí oggi non sembra, è colpa del grave errore, da me piú volte denunciato (v. [pag. 78]), per cui si è creduto che si potessero identificare le discipline morali con le scienze esatte, e che i fatti offerti allo studio di queste e di quelle, rivestissero il medesimo carattere, e fossero quindi suscettibili del medesimo trattamento. Qui è il grave abbaglio, di qui gli abusi che pretesero e quasi riuscirono a sbalzar di soglio la storia, la letteratura, le arti, la filosofia, per sostituire ad esse la computisteria e l'inventario.

Pare che quanto dico in «Minerva e lo Scimmione» non sia bastato a chiarire la mia idea. Cercherò di spiegarmi meglio.