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Anche piú mi sorprende l'altra accusa del Buonaiuti. Io «rimprovero ai critici tedeschi, quasi avessero commesso una profanazione, di avere richiamato l'attenzione sul cosí detto periodo ellenistico».

Io? Qui mi par di sognare. E parrà anche al lettore che vorrà controllare le mie precise parole ([pag. 107]). Io ho rimproverata ai critici tedeschi e ai loro imitatori italiani la valutazione esagerata di quel periodo: supervalutazione che, per contraccolpo, ha prodotto la svalutazione dei veri grandi, a cominciar da Omero (vedi [pag. 105]). Ora, questi spropositi, pronunciati da persone credute competenti, in materia dove è difficile il controllo, per la difficoltà della lingua, sono deleterî: assai piú deleterî che non gli errori di fatto. Credere che la battaglia di Maratona sia avvenuta il 470, sarà meno dannoso che non reputare Callimaco poeta sovrano, e Omero vate da colascione, Corinna ape nutrita dalle Muse, e Pindaro sgrammaticato guastamestieri, Timoteo (non alessandrino, ma degno d'essere alessandrino) artefice sommo, ed Eschilo tragediografo da fantocci. Queste sciocchezze screditano l'arte classica agli occhi delle persone piú facili: agli occhi degli artisti screditano gli studiosi di quell'arte, e, per conseguenza, i medesimi studî classici. Chi li propala, tradisce la sua missione di dotto: anzi, non è piú dotto: bensí, o sofista o cerretano.

E da questo mio presunto bando al periodo alessandrino il Buonaiuti trae una illazione anche piú ampia: io «mi pongo da un angolo visuale circoscritto ed unilaterale»; io «non vedo nulla al di là della produzione classica». La illazione è arbitraria: tuttavia la ricordo, perché mi offre il destro di chiarire un altro punto. Di distinguere, cioè, tra ricerca erudita e scuola. La erudizione si occupi fin che vuole dei minimi fatti, dei minimi autori: è suo diritto. Ma nelle scuole, anche universitarie, si devono studiare i grandi, e solo i grandi. Il contatto con la grande arte e con le grandi anime eleva i giovani e li accende ad opere egregie: razzolare nelle minuzie isterilisce il cuore e l'ingegno.

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E fin qui, dunque, chiariti gli equivoci, fra il Buonaiuti e me esiste sostanziale concordia. Ora, poi, comincia il dissidio.

Tralasciando infatti i particolari, e venendo al nodo della questione, il Buonaiuti non accoglie questo mio concetto della filologia ancella; anzi mi richiama a quella nozione ampia e complessa della filologia che «se fu grossolanamente e pesantemente formulata dal Wolf, fu invece magnificamente definita dal sommo filosofo italico, da Giambattista Vico, come «la scienza della esperienza umana, attraverso il discorso parlato o scritto». E questa scienza «consente di abbracciare sotto un'unica categoria le molteplici discipline che vanno sotto il nome ben piú vago di storico-letterarie, e stringerle in un fascio, come appaiono strette insieme sotto la denominazione di giuridiche, filosofiche e scientifiche, le discipline che studiano rispettivamente e interpretano la lettera (e lo spirito? Soppresso?) del diritto, i problemi metafisici o quelli empirici».

Avvenuto il collegamento in un fascio di tutte le discipline storico-letterarie, s'intende che si deve applicare ad esse un metodo speciale di lavoro, che il Buonaiuti definisce «paziente industria del metodo induttivo».