So bene che, un passo piú in là da questa concordia iniziale, fra Croce e me dovrà incominciare il dissenso. Il Croce piú d'una volta si dimostrò e si dichiarò disposto a tollerare che questo gramo filologismo séguiti a soppiantare e storia e letteratura e filosofia nelle Università, che egli sembra concepire come una specie di asilo della mediocrità abbandonata; mentre io credo che nell'Università abbia diritto di cittadinanza soltanto la vera scienza; e la scienza comincia dove comincia il pensiero. Ed anche intorno ai modi onde il pensiero deve dar vita alla mole inerte dei dati filologici, non andrò certo d'accordo col pensatore d'Abruzzo. Egli vagheggia moduli e metodi spremuti dal metafisico mosto alemanno: io credo, ed esporrò altrove le ragioni di questa mia fede, che la salvezza dei nostri studî dipenderebbe da un vigoroso colpo di barra che riconducesse nettamente il pensiero italiano nel gran solco che da Leonardo e Galileo giunge a Romagnosi, a Cattaneo, a Giuseppe Ferrari (calma, oh nuovi hegeliani!), per poi confondersi in un grande estuario di non infeconde ma torbide acque germaniche. Ma questo non vuol dire. La mira al «metodo scientifico» è aggiustata bene, la schioppettata colpisce in pieno. Struzzo, béccatela.

Ultima ragione per cui non rispondo al quartetto dell'Istituto. Perché le loro argomentazioni e le loro ragioni vennero ripetute, ma con la schiettezza che distingue chi cerca soltanto la verità, col garbo che si addice a persona civile, da un altro Collega, dal professore Ernesto Buonaiuti dell'Università di Roma. Al quale, poiché egli dichiara che le sue pagine rispondono all'invito da me rivolto agli studiosi nella prefazione al mio libro, mi parrebbe scortesia non rispondere[1].

E in tale risposta sarà implicita la confutazione ai meno garbati Colleghi.

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Chiarirò prima, brevemente, un paio di malintesi. Il Buonaiuti mi fa dire che «il ciclo transitorio destinato allo svolgimento della pura ricerca filologica è oramai concluso per sempre». Ma io non ho detto questo. Ho detto che il sano lavoro filologico che si poteva fare intorno ai grandi classici è quasi interamente esaurito. Ma siccome riconosco che il primo studio d'ogni disciplina storica, cioè la raccolta e l'epurazione del materiale, deve essere severamente filologico; è chiaro che, finché ci saranno codici nuovi da esplorare, finché verranno alla luce nuove iscrizioni od epigrafi, sinché l'Egitto seguiterà ad offrirci i nuovi doni, che, per dire la verità, a me non sembrano tanto magnifici quanto sembrano al Buonaiuti; in tutti questi casi, anche secondo me, il metodo strettamente filologico troverà la sua ragion d'essere nobile e legittima.

Però, senta il Buonaiuti. Queste ragioni le vada a riferire a qualcuno dei filologi autentici, degli zelatori del puro metodo filologico scientifico, e sentirà. Si sentirà dare del dilettante. Che papiri d'Egitto! La filologia ripete la sua ragion d'essere da sé medesima, come il Creatore dell'universo. È fine e non già mezzo. Manipolare i testi, mantrugiarli, emendarli, supplirli, potarli, infiocchettarli, allontanarsi dai codici, riavvicinarsi ai codici, riallontanarsene, ririavvicinarcisi, stampare i membri ritmici l'uno dietro l'altro, in versi lunghi, ridurre un'altra volta i versi lunghi in membretti e sottomembretti ritmici, questo ibis redibis è il vero e proprio lavoro della filologia. La filologia fatta per i testi? I testi, dilettanti che non siete altro, son fatti per la filologia! I testi offrono il materiale bruto, col quale e sul quale i filologi tedeschi o intedescati edificheranno poi le loro moli informi e massicce, o i loro castelli trascendentali, arieggianti, con nobile emulazione, le babeliche torri di concetti onde i sommi metafisici alemanni attinsero e svelarono l'autentico mistero dell'essere. E diffidare delle contraffazioni.

Tale, mi creda il Buonaiuti, è la fede dei puri filologi scientifici. Quando mettete il loro credo in soldoni, strepitano che non è cosí. Ma il Buonaiuti ascolti il Vangelo, e giudichi dagli atti e non dalle parole. Contro questa maniaca ed orgogliosa concezione della filologia ho scagliato il mio delenda. Contro l'arrogante serva padrona, e non contro la seduta ancella, i cui servigi potranno tornare utili ancora per lungo ordine d'anni, e magari per sempre.