Seconda, perché, o non vi siete data la briga di studiare attentamente il mio libro, e quindi non ne avete afferrate le idee; o avete fatto finta di non capirle. Sicché m'avete fatto tacere quello che ho detto espressamente, e dire quello che non ho detto, e avete combattute le mie idee dopo averle divelte dalle radici ond'esse derivavano ogni loro vigore. Or queste non sono le armi dei logici, bensí dei sofisti: non di chi cerca sinceramente la verità, bensí di chi vuole avere ragione ad ogni costo. Ma io cerco la verità, e non intendo impegolarmi in gare di sofismi.
Terza ragione: perché i vostri argomenti sono viziati da un peccato logico originario, che stempera, anzi distrugge ogni loro vigore. Tutti, infatti, i miei oppositori concordano in un punto: nell'ammettere come assioma la incrollabile solidità del metodo filologico scientifico. E l'un d'essi lo paragona ad una piazza forte, nella quale chi c'è, è in una botte di ferro, e chi è fuori, ogni acqua lo bagna. E un secondo lo assimiglia al siero Behring, che sarà tedesco, ma se i nostri bambini sono attaccati dalla difterite, siero Behring deve essere. E un terzo, piú fantasioso, con peregrina immagine squisita, sentenzia che chi vuole rinunciare a questo metodo «per far dispetto ai tedeschi, fa come quel marito che per far dispetto alla moglie si privò da sé stesso della possibilità d'essere piú mai un valido marito». Dove, fra parentesi, e con la debita deferenza, faccio osservare al Collega, che con questo paragone egli viene ad assimigliare gli uomini e i metodi che intende esaltare, ad organi del nostro corpo, i quali, pure essendo utilissimi e nobilissimi, da tempo immemorabile vengono assunti come termini di confronto a significare, oh ingratitudine umana!, la cocciutaggine e la mellonaggine. Occhio alle immagini, caro Collega! Bisogna saperle acchiappare, se no mordono la mano al serparo.
Dunque, filologi belli, voi partite dal postulato che codesto «metodo scientifico» sia piazzaforte, siero salutifero, succo vitale. Ma io penso di aver dimostrato nel mio libro che esso è invece pantano, tossico e marciume. Quindi, se volete confutarmi, dovete prima dimostrare falsa questa mia dimostrazione. Hic Rhodus, hic salta. Non l'avete fatto, e siete caduti fin da principio in una solenne petizione di principio.
Capisco benissimo. Voi potete credere e lasciar credere che l'equazione filologia = scienza, se non è assiomatica per me, è assiomatica per voi e per tutte le persone di mitidio, e assumerla come principio, e, senza curarvi della mia dimostrazione, dedurne giú giú, e farne luccicare, agli occhi dei creduli, le meravigliose conseguenze. Benissimo. Ma quello storico struzzo, nascondendo la testa sotto l'ala, non eliminò la presenza del cacciatore.
Questa volta poi i cacciatori sono due. Già. Mentre io, investito da voi e dalla stridula turba dei vostri accoliti, giravo intorno lo sguardo, sgomento, costernato, esterrefatto della mia solitudine, vidi puntar lo schioppo contro di voi tale che non avrei mai supposto di potermi trovare compagno a simil caccia: vo' dire Benedetto Croce.
Benedetto Croce, per l'appunto: che, dopo un periodo non breve di germanofilia intellettuale, da qualche tempo va prodigando graditissimi esempî di resipiscenza patriotica. E che, in un libro uscito di questi giorni, si esprime cosí, parola per parola, intorno al «metodo filologico scientifico». E porga orecchio anche qualche suo cagnotto, che, scambiando le idee con gli uomini, scese a spezzare anch'egli una lancia in difesa della bestialità filologica.
«L'ardimento di respingere addirittura l'intromissione del pensiero dalla storia, che era mancato agli storici diplomatici (perché mancava loro la necessaria innocenza a tale ardimento), l'ebbero invece i filologi, innocentissimi. E l'ebbero tanto piú facilmente in quanto l'opinione di sé medesimi, anteriormente modesta, si era assai accresciuta e aveva gonfiato i loro petti, per il grado di perfezione a cui era pervenuta l'indagine delle cronache e dei documenti, e per l'accaduta fondazione (che non fu, a dir vero, creazione ex nihilo) del metodo critico o storico, che si esplicava nella sottile e accurata genealogia e riduzione delle fonti, e nella critica interna dei testi. E tanto piú facilmente codesto orgoglio di filologi prevalse, in quanto il perfezionamento del metodo accadeva in un paese come la Germania, dove la mutria pedantesca fiorisce meglio che altrove, e dove, per effetto dello stesso abito ammirevolissimo della serietà scientifica, la «scientificità» è assai idoleggiata, e questa parola viene ambiziosamente adoperata per ogni cosa che concerne i contorni e gli strumenti della scienza vera e propria, come è il caso della raccolta e critica delle narrazioni e documenti. I vecchi eruditi italiani e francesi che al loro tempo fecero compiere al «metodo» avanzamenti non minori di quelli che si ebbero poi nel secolo decimonono in Germania, non sognavano di produrre cosí «scienza», e molto meno di gareggiare con la filosofia e la teologia, e di poterle scacciare e surrogare col loro metodo documentario. Ma, in Germania, ogni meschino copiatore di testi e collettore di varianti e scrutatore di dipendenze tra i testi e congetturista del testo genuino, si eresse a uomo di scienza e di critica, e osò non solo guardare a faccia a faccia, ma con superiorità e dispregio, come uomini «antimetodici», uno Schelling o un Hegel, un Herder o uno Schlegel. Dalla Germania si diffuse questa mutria pseudoscientifica negli altri paesi di Europa, e ora anche in America: sebbene in altri paesi incontrasse con piú frequenza spiriti irreverenti, che ne risero. E allora per la prima volta si manifestò in grado insigne quel modo di storiografia che ho denominato «storia filologica» o «erudita»; cioè si presentarono camuffate come storie, e come sole degne e scientifiche storie, le piú o meno giudiziose compilazioni di fonti, che pel passato si dicevano Antiquitates, Annales, Penus, Thesauri, e simili. La fede di quegli storici era riposta in un racconto, del quale ogni parola potesse appoggiarsi a un testo, e niente altro ci fosse che quanto era nei testi, sceverati e ripetuti, ma non pensati dal filologo narratore: la loro speranza, nel poter assurgere a poco a poco, movendo da compilazioni circa singoli tempi, regioni ed avvenimenti, a compilazioni comprensive, riassumenti di grado in grado le meno comprensive, sino a ordinare l'intero sapere storico in grandi enciclopedie, delle quali forniscono saggi quelle, ora sistematiche ora lessicali, che sono state messe insieme da gruppi di specialisti, guidati da un direttore specialista, per la filologia classica, romanza, germanica, indoeuropea e semitica. A togliere aridità ai loro lavori, i filologi s'inducevano talvolta a mettervi qualche ornamento di commozioni affettive o di sguardi ideali; e attingevano le une e gli altri ai loro ricordi ginnasiali, alle frasi della filosofia di moda e alle comuni disposizioni sentimentali verso la politica, l'arte o la morale. Ma tutto ciò facevano con molta moderatezza, per non perdere la reputazione di gravità scientifica e per non fallire al rispetto dovuto alla scientifica storia filologica, che disdegna i vani ornamenti onde si compiacciono filosofi, dilettanti e ciarlatani».
Che cosa ne dicono gli illustri zelatori della filologia scientifica? Sembra o non sembra un succoso riassunto di Minerva e lo Scimmione?