Ora che cosa dovrei fare io? Opporre insinuazione ad insinuazione, impertinenza ad impertinenza, equivoco ad equivoco? No no, cari i miei classicisti: codeste sono armi da non invidiare al buffone Sarmenta, da lasciare ai Messi Cicirri, e non da impugnarle i galantuomini. Vero è che il troppo stroppia, e che alla lunga anche un galantuomo potrebbe seccarsi. E allora vorrebbe essere un'altra musica. Ma, anche una volta, tollera, tollera, mio cuore! Io non nutro il menomo rancore verso queste brave persone che tanto mostrano di nutrirne verso di me: io non ho interessi da difendere né vendette da esercitare: né, d'altra parte, ignoro che, quando si combattono idee troppo diffuse e rispettate, conviene usare molta pazienza; e poi le aspre polemiche inducono anche i piú misurati a varcare i confini delle proprie convinzioni e della verità. E perciò mi limito a denunciare, e, ripeto, per la salute nostra intellettuale, questi metodi polemici, che riescono qualificati con l'esporli, e a richiamare quei due piú accaniti Colleghi a certe norme di correttezza che mai non dovrebbero essere violate fra persone di garbo. Che maniera è codesta, quando altri esprima idee contrarie alle vostre, non affrontare direttamente né combattere quelle idee, bensí fare il processo alle intenzioni che egli ebbe, e figurarvele e dichiararle all'Italia basse e volgari! Io credo erronei e nefasti per i nostri studî molti principî nei quali voi ciecamente giurate; e li combatto con tutte le armi lecite della polemica, dalle quali niuno pretese mai di escludere né l'ardore né l'ironia né il sarcasmo. Ma io non ho insinuato mai che a sostener quei principî vi abbia indotto interesse materiale o altra passione meno che nobile: io non ho mai proclamato che voi non cerchiate e non amiate la verità.
Se non che, Signori miei, la verità non è oggetto da farne monopolio né voi né nessuno. L'amore che io nutro per essa è puro e profondo e senza macchia: e non tollero che altri ne dubiti. Se a voi giova costruirvi un sacello, collocarvi un idolo, adorarlo genuflessi, è affar vostro, e buon pro' vi faccia. Ma se altri rifiuta di prostrarsi al vostro fianco, nessuno vi concede il diritto di gridare al sacrilegio. La verità che io vedo chiara, che io credo utile, ho non solo il diritto, ma il dovere di dirla, e dirla forte. E questo diritto lo rivendico per me e per tutti. Non son piú tempi da conventicole, da chiesuole, da tirannidi letterarie. Cessino una buona volta le angherie, le imposizioni, la tracotanza. E cessi il vergognoso ricorrere alle arti subdole, alle vie traverse, alle opposizioni materiali. Le battaglie dell'intelletto vogliono esser vinte con l'intelletto. Chi è incapace di adoperare quest'arma, si ritiri dal campo.
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Or lasciamo queste miserie. Insieme con le insinuazioni, potete rispondermi, abbiamo esposto argomenti. Confutateli, è la vostra volta.
Ecco. Prima di tutto debbo rammentarvi una verità elementare, della quale, mi sembra, avete smarrito il ricordo: ed è che le dispute non si risolvono a colpi di maggioranza. Per dimostrare che io fossi nel torto, si sono moltiplicate le interviste: mi si è sguinzagliata contro una clamorosa turba di untorelli filologi: si sono invocati referendum, rimasti in asso, credo, pel buon senso degli interpellati: l'Atene e Roma, palladio in Italia degli studî classici, s'è radunata, e ha deliberato di mobilitare contro lo Scimmione le fitte caterve dei suoi soci.
Ebbene, e che cosa significa il giudizio delle moltitudini in questioni di pensiero? Cinquanta argomenti cattivi non ne scalzano uno buono. E un argomento, buono o cattivo, ripetuto cinquanta volte, vale per uno, e non per cinquanta.
Ora, e negli opuscoletti, e nei giornaletti, e nelle intervistette, si sono sempre ripetuti, con fastidiosa insistenza, i medesimi argomenti o pseudo argomenti. E neppure su questi rispondo a voi direttamente, per parecchie ragioni, che enumero.
Prima e capitale, perché rispondo solo a chi mi interpella gentilmente, e non a chi vuol farmi il sopracciò; a chi cerca la discussione, e non a chi provoca la rissa.