A — Avvisaglia d'una banda di anonimi (cinque), che, in giornaletti clandestini o in libelli volanti, spediti, senza riguardo a spesa, a tutti i «centri di cultura», proponevano e svolgevano i tèmi seguenti:
1) Il mio libro non era frutto di convinzione sincera, né rivolto a combattere metodi e idee. Attraverso queste, volevo colpire uomini odiati.
2) Era ispirato ad opportunità politica.
3) Tanto vero che prima della guerra ero appassionato ammiratore della Germania. — A questa ultima ridicola asserzione risponde il mio volume Vigilie italiche, Breviarî intellettuali, N. 99.
B — Uno degli anonimi, emulo dei costumi del cúculo, aveva deposte le sue note nell'opuscolo non anonimo d'un minuscolo filologo scientifico. In questo opuscolo si discutevano, in due capitoli differenti, il mio Scimmione, e i libri di testo d'un professore di storia che ha da solo piú ingegno di tutti i filologi scientifici messi in fascio, e che in un suo articolo aveva denunciata la infecondità e la miseria d'un insegnamento impartitogli dalla cattedra universitaria col piú severo «metodo filologico scientifico». Questo accoppiamento di bersagli, anodino in apparenza, spianò man mano la via ai piú subdoli equivoci.
C — Un giornalista fece in una grande effemeride una lunga recensione dell'opuscolo. E cosí, accortamente sanato il difetto dell'anonimia, ebbero modo di venire alla luce non solo gli argomenti, chiamiamoli cosí, del piccolo filologo firmato, ma anche, e di preferenza, le insinuazioni e le calunnie dell'occulto cúculo postillatore.
D — Il medesimo giornalista si diede a intervistare persone autorevoli, e a sollecitare la loro opinione intorno al mio libro. All'affettuoso grido risposero quattro professori, tutti e quattro dell'Istituto superiore di Firenze. Il giornalista dichiarò perentoriamente che essi erano «gli unici letterati e filologi in questo dibattito». Quelli, sicuri per tanto avallo, si impancarono, fieri e solenni, a giudicar la contesa. E i cuori ben fatti intenderanno di leggieri se mi diedero torto su tutta la linea.
***
Ora intendiamoci. Io non confondo il quartetto dei professori di Firenze col quintetto anonimo. Troppo ribaldo gesto sarebbe stato, in verità, avventarsi prima nel buio, con una maschera sul viso, e in pugno un randello da zanni; e poi, giunta l'alba, indossare, grugno di corno, l'ermellino del giudice. Non può essere avvenuto. Ma sussiste il fatto che anche questi Colleghi, e massime i due a cui l'età e il prescelto magistero di vita avrebbero dovuto consigliare maggior riserbo, non disdegnarono stringere le armi ignobili e frodolente offerte ad essi dalla combriccola anonima. Onde insinuazioni, personalità, ed equivoci si susseguirono monotonamente e malignamente nelle suddette interviste.