Alcune ragioni dell'alterigia teutonica son certo da ricercare in qualità profondamente insite nello spirito dei tedeschi. Ma conviene aggiungere, a loro discolpa, che alla folle prosunzione li ha spinti anche la tedescolatria che per tanti e tanti anni ha imperversato in tutto il mondo, e massime in Europa.
Ed anche questa tedescolatria, nella sua forma generica, ha fondamenti e giustificazioni. Oggi come oggi, di fronte agli altri popoli d'Europa, i tedeschi hanno questo fortuito vantaggio: che il loro rinascimento, venuto ultimo, è, per conseguenza, piú vicino a noi. I loro poeti, i filosofi, gli storici, gli umanisti, e i musicisti sommi, sono, si può dire, nostri contemporanei. Le loro opere rispecchiano quindi sentimenti, passioni, aspirazioni, ed anche usi, che ci sono familiari, che sono quasi i nostri: onde possiamo penetrarle senza alcuno di quei sussidî e riferimenti eruditi che sono indispensabili a intendere ed apprezzare interamente gli artisti e gli scienziati del passato, e siano pure della nostra stirpe. Perciò, per un effetto di prospettiva, li vediamo giganteggiare dinanzi ai nostri occhi, e ne restiamo stupefatti.
E questa vicinanza implica un'altra illusione. Il momento glorioso del pensiero e dell'arte germanica è oramai tramontato. Incominciato, a tracciar grandi linee, con Bach, con Winckelmann, con Lessing, si può dire concluso con Heine, con Mommsen, con Wagner. Quelli che vengono dopo, sono epigoni assai minori. Ma questi epigoni seguitano a fruire in larga misura i benefizi della loro nobile origine. Vicinissimi ai loro grandi padri, appaiono ancora tutti circonfusi della loro luce. E dovranno correre lunghi anni prima che le maggioranze, le quali vedono sempre in ritardo, imparino a distinguere queste lucerne da quelle stelle.
Ché se poi restringiamo la nostra osservazione al campo degli studî storici e letterarî, noi vediamo come la sconfinata ammirazione, il credito immenso onde godono i grandi tedeschi del passato e, piú ancora, i piccoli d'oggi, si debba a un certo metodo che questi ultimi sono andati via via foggiando e imponendo, e grazie al quale il primo venuto, pur senza vocazione, pur senza ingegno specifico, e senza ingegno di nessun genere, può aver l'illusione di divenire critico storico umanista, può aver la soddisfazione di sentirsi proclamare tale da una schiera eletta di accoliti e da una folla innumera di persone bevigrosso. L'applicazione di questo metodo, che da parecchio tempo travolge a decadenza gli studî anche in Germania, riuscí fatale al nostro paese. A tale dimostrazione è consacrato il presente libro.
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Il quale è formato di articoli apparsi in una rivista di Milano[6], e ripubblicati quasi integralmente. E a riunirli e ripubblicarli mi hanno indotto alcune considerazioni che espongo qui brevemente.
Io non oserei certo fare alcun prognostico circa il tempo e il modo onde finirà la guerra che insanguina il mondo. Ma una cosa mi sembra di vederla chiara: che cioè, qualunque sia per essere il suo risultato, essa, nei nostri riguardi, sarà stata combattuta invano, se, all'infuori d'ogni mutamento politico, dal suo gorgo cruento non debba uscire una Italia assai differente da quella di prima, ringiovanita, anche se estenuata, in ogni sua fibra, come un corpo umano dopo la crisi d'un terribile morbo. La patria nostra deve essere rinnovellata dalle radici, in ogni ordine di attività, nelle industrie, nei commerci, nei pubblici ufficî, e anche, e soprattutto, negli studî.
Un simile problema si era già imposto nella prima fase del nostro risorgimento; e si crede' di risolverlo egregiamente intedescando la cultura italiana. Mezzo secolo di esperimento dovrebbe oramai aver dimostrato anche agli orbi che le conseguenze del dominio intellettuale tedesco sono state, senza iperbole, funeste. Tuttavia, ora che esso, per tanti segni palesi, accenna a crollare, molti scienziati e studiosi, durante il fragore della guerra che assorda e distoglie, già foggiano le catene per un nuovo servaggio.
E non parlo di quelli che fanno apertamente l'apologia della Germania. In questi momenti, riuscirebbe forse piú opportuno e simpatico il loro silenzio; ma almeno hanno il coraggio delle proprie predilezioni; e poi, un nemico palese si combatte meglio. Assai piú pericolosa è l'opera di altri, i quali, pur protestando fiera ed intransigente italianità politica, fanno poi ampie riserve intorno alla questione scientifica, e sotto sotto tengono caldo il posto al futuro dispotismo intellettuale tedesco.
Il loro ragionamento, per dire la verità, è seducente e specioso. — I problemi dello spirito — dicono su per giú questi signori — devono rimanere lontani ed illesi dalle considerazioni politiche. Noi odiamo e protestiamo con tutte le nostre forze contro la brutalità militare tedesca. Ma quanto alla scienza, oh, la scienza bisogna lasciarla da parte. Qui i tedeschi sono maestri ai maestri, e noi dobbiamo inchinarci a loro, e continuare ad essere loro discepoli.