Dunque, ho sempre distinto bene. E neanche era esatto chiamare antipatia il mio sentimento verso la filologia novissima. Era un sentimento assai piú violento che non l'antipatia; ma anche aveva maggior fondamento che le antipatie non sogliano avere. Un sentimento molto complesso, che neppure saprei determinare con un nome preciso. Mi spiegherò con un esempio.
Voi state parlando con un pezzo d'uomo aitante, sicuro di sé, pieno di facondia. Quest'uomo è armato.
Per un po' di tempo la conversazione procede benone. Ma ad un tratto vi accorgete che i suoi ragionamenti non filano piú tanto diritti: anzi la loro linea logica va diventando via via malcerta e sgangherata. Ad un tratto, in uno strano lampo delle sue pupille vedete brillar la follia. E il terrore v'invade. Se a un tratto gli saltasse in capo di far uso delle armi?
Non voglio già dire che io prevedessi la guerra: già di politica allora non m'occupavo quasi affatto. Ma pure, sotto il complicato macchinismo delle lucubrazioni filologiche sentivo qualche cosa di sinistro. Vedevo una mastodontica erudizione posta a servizio di facoltà mentali squilibrate e maniache. E nella mia coscienza profondamente latina, avida di chiarezza e di equilibrio, provavo un disagio, un ribrezzo quasi di paura. L'odio mio tenace, specialmente per i piú insigni rappresentanti di quei metodi, ebbe sempre questo solo fondamento, e non mai verun addentellato personale. Coi non moltissimi filologi tedeschi che m'avvenne di conoscere, ebbi sempre rapporti cordiali: per qualcuno di essi debbo ancora, nonostante la guerra, nutrire stima ed affetto.
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Nel momento di abbandonare alla sua sorte questo mio libro, prevedo che qualcuno, lettolo, potrà farmi una ovvia obbiezione: «Ammettiamo pure che sia giusto il quadro clinico che voi avete tracciato del metodo scientifico tedesco. Ma quanto risponde al vero la immagine che dalle vostre pagine si ricaverebbe, d'una Università italiana interamente minata e mal ridotta dal morbo germanico? Non ci sono forse molti professori, giovani e non giovani, i quali, sebbene abbiano formata la loro cultura su libri tedeschi, sebbene abbiano studiato in Germania, mantengono intatta quella indipendenza e quella italianità di metodo che voi augurate agli studî italiani?».
È vero. Ma sono floridi rami travolti in una torbida fiumana: nel loro complesso tanto le Università quanto le Accademie, che hanno poi non piccola influenza sugli studî superiori e sopra ogni ordine di studî, sono tuttavia quasi interamente infeudate agli stolti pregiudizî del metodo scientifico tedesco.
E perciò, muovi pure senza esitazione, oh mio tenue libretto. Io non so quale sarà la tua sorte. Ma la battaglia che tu combatti a viso aperto non è superflua né intempestiva.
E rivolgiti specialmente agli uomini che, pur non essendo accademici, si interessano della nostra cultura, della odierna sua decadenza, del suo possibile risorgimento. Forse troverai in essi piú volonterosi ascoltatori. Ma se ti riesce, appressati anche a qualcuno dei piú intransigenti scienziati, di quelli che chiederanno la mia testa già solo nel vedere la tua veste, che ti ha leggiadramente istoriata un genialissimo artista d'Italia.
Appressati e digli: «Ritorna un po' a tua scienza, tu che pure sei nato in Italia, e dovresti avere una mente da italiano. Non badare se qualche volta le parole sono un po' grosse; e vedi se queste mie pagine, formalmente eccessive, non contengano per avventura qualche argomentazione degna di essere per lo meno discussa. E allora, piglia la penna, argomenta anche tu, difendi, combatti, cònfuta. È questa la via diritta, l'unica via, per giungere alla verità, che tu ed io amiamo d'uguale amore».