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Io intendo benissimo che questa abolizione del dominio intellettuale tedesco non debba riuscire troppo accetta agli scienziati germanofili. Essi per mezzo secolo si sono modellati, cogitatione verbo et opere, sui tedeschi: per mezzo secolo hanno faticosamente elevato il proprio piedistallo, tutto di macigno tedesco. Crollato il dominio tedesco, crolla il piedistallo. Intendo pure, che, spezzati i dolci legami con la vita filologica d'Allemagna, non è cosí facile trovare all'estero un altro mercato scientifico nel quale i loro titoli vengano scontati con tanto magnanima larghezza. E quindi riconosco che la loro opposizione è giustificabile, umana la loro disperata difesa.

Ma questo non deve indurre ad una intempestiva tolleranza quanti reputano che l'invasione intellettuale tedesca sia stata e sia tuttora funesta per gli studî italiani. Perciò pubblico oggi Minerva e lo Scimmione.

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E non è un libro, come ora si dice, severamente scientifico, nel quale il pro ed il contro delle quistioni si pesino con gli scrupoli dell'orafo, con la gelida insensibilità del notomista. No, questo è un libro di passione.

Ma non di passione estemporanea.

Pochi mesi prima che scoppiasse la guerra, un collega, in un documento ufficiale, mi rimproverava la mia poca simpatia per la Germania[8]. L'accusa era doppiamente inesatta. Chi eventualmente abbia seguito i miei scritti, ha potuto vedere che ho sempre nettamente distinto fra la Germania veramente scientifica ed artistica, e il moderno esercito di filologi scientifici, che, catafratti di tutte le armi della pedanteria, hanno proceduto alla sistematica distruzione d'ogni finezza e d'ogni gentilezza di studio. Meglio che parole d'oggi, riuscirà convincente un brano ch'io stralcio da un mio articolo del 1910 (Cronache Letterarie, 17 luglio).

All'uscir dall'adolescenza io mi smarrii nella gran selva del romanticismo germanico: nella selva in cui Nestore il filisteo udí stupito cantare gli alberi i fiori e l'azzurro del cielo. Suonavano ancora per tutti i tramiti e i verdi anfratti gli echi soavi delle odi di Klopstock. Brentano susurrava le sue favole, e Gian Paolo le sue fantasticherie lunari. Fra i tronchi e i cespugli si vedevano errare le figure eroiche e chimeriche di Achim von Arnim, e a notte ammiccavano le creature grottesche di Hoffmann. Dagli invisibili campi remoti giungevano velati gli squilli del Corno meraviglioso del fanciullo. Ma gli steli, le frondi, i rivoli, ripetevano con ondulazioni e oscillii magici le divine melodie di Schubert; e gli accordi di Schumann esalavano un aroma d'ebbrezza. Il turbine Beethoven investiva talora la selva, e tutta la selva si piegava come un arbusto, e si torceva sotto l'impeto dei canti immortali. Ma dopo il turbine, nel cielo terso, effondeva la sua luce tranquilla Goethe, il sidere scintillante.

E questo mondo d'incanti si dissipò quasi dal mio animo, allorché dovei sottopormi all'obbligatorio regime degli studî universitarî. Imperversava allora nel cosí detto mondo dell'alta cultura il fanatismo pel metodo scientifico germanico. E mai opera di sterilizzazione fu compiuta con piú testarda tenacia, con piú pettegolo accanimento. Per anni ed anni infierí la guerra sacra all'arte, alla poesia, all'ingegno, combattuta in nome del germanesimo.

Non già, badiamo, in nome dei veri grandi dell'erudizione germanica, di Winckelmann, di Lobeck, di Herder, di Curtius: sotto certe bandiere non si combattono certe battaglie; ma in nome del primo bertoldo che tenesse cattedra in una qualsiasi scuola germanica, in nome dell'ultimo compilatore di Beiträge, di Erläuterungen, di Vindiciae, che periodicamente usasse concedere alle strette dei torchi le goffe lucubrazioni da lui perpetrate per intendere quello che per difetto di natura non poteva intender mai. Come una pianta maligna, la mentalità scientifica italiana rifiutò i succhi generosi che avevano dato fiori e frutti cosí nobili nel paese di Goethe, e assorbí tutti i tossici e tutti gli umori acri, per maturarne bacche venefiche ed irti pugnitopi.