Debbo alla Germania moltissimo del poco che so, e principalmente la visione sicura del quanto e del come importi sapere. E poiché né le mie deboli forze in quaranta e piú anni di onesto lavoro, né le maggiori doti dei miei colleghi riuscirono in tempo relativamente cosí breve a togliere ai tedeschi la gloria della filologia classica e cacciarli di nido, dopo che sapientemente avevano organizzate le filologiche trincee, mi è toccato d'insistere in ogni occasione sulla necessità assoluta di far capo ai Tedeschi per chi volesse proficuamente giungere ad Omero e Tucidide. Molti dei miei scolari non ignorano, e qualcuno me lo ha ricordato non a titolo d'onore, come io pretendessi da ogni futuro filologo quale condizione indispensabile la conoscenza sicura della lingua.... tedesca! E pur troppo, neppure dopo questa guerra, che ai governanti e a tanta parte di governati tedeschi toglierà molte cose — fra il resto la facoltà e la voglia di asservire l'Europa, — potrei fare e farei diversamente, se mi fosse concesso di vivere e fossi riobbligato a fare il professore.
Ora io inviterei questi assennati discriminatori a fare un altro paio di distinzioni, o se preferiamo, considerazioni.
1) A distinguere la scienza tedesca sino al '70, da quella dei nostri giorni[7]. La prima fu veramente grande e mirabile. L'altra, la famigerata Kultur, è, come io m'industrio di provare per la filologia, come valenti scienziati vanno dimostrando per altre discipline, è troppo spesso una vera cultura di scempiaggini e di follie. Abbiano un po' la bontà, i sullodati germanolatri, di levarsi i parocchi, di distogliersi un po' dalle rotaie su cui hanno incominciato sin da ragazzi a camminare con cieca fiducia, di dare un'occhiata in giro, e di vedere se per caso quelle rotaie invece di guidarli a sicura mèta non li inabissino verso qualche oscuro precipizio.
2) Si mettano un po' a riflettere sul serio se davvero in ogni caso possa riuscire utile un travaso di cultura e di metodi da popolo a popolo. Senza dubbio avviene spesso che un popolo barbaro e senza eredità di cultura propria, per un certo tempo divenga scolaro di un altro popolo. Se tra i due popoli interceda affinità etnica, cioè intellettuale, i risultati possono anche essere buoni, come buoni furono in Roma quelli dell'assimilazione ellenica. Ma nel caso nostro doppiamente erroneo fu il tentativo di travasamento. Primo, perché fra la mente italiana e la mente tedesca vaneggia un abisso che nulla saprebbe colmare. Secondo, perché l'Italia non era un paese inculto, bensí un paese già cultissimo, in cui la cultura era decaduta e arretrata. Ma non c'era bisogno e non conveniva a nessun patto andare ad accattar fuori di casa germi forestieri da coltivare faticosamente. Bisognava, e perché non fu fatto allora, bisognerà farlo adesso, ricercare gli antichi virgulti sviati, erratici, intristiti, e ricondurli, riallacciarli, rieducarli amorosamente.
Intendiamoci bene su questo punto, che poi non vengano a dirmi che io consiglio di trascurare l'immenso lavoro che in ogni campo di studî hanno fatto i tedeschi. Dio me ne guardi e liberi!
No, il problema è differente.
Ecco. Non esiste ramo di studî in cui l'Italia non abbia aperta la via alle altre nazioni, compresa la Germania, con opere immortali. E queste opere hanno le impronte della mente latina, cioè la limpidità, la sobrietà, l'equilibrio, e l'unione strettissima dell'arte con la scienza.
La Germania, prendendo le mosse da noi, ha prodotto per suo conto un lavoro colossale. E in questo lavoro è andata via via imprimendo le caratteristiche della propria mente: caratteristiche che sono antipode a quelle della mente italiana.
Ora noi non possiamo certo fare astrazione da questo lavoro. Assai spesso ce ne dobbiamo servire, e sarebbe da sciocchi non farlo. Ma dobbiamo guardarci bene dall'attaccarci quelle caratteristiche mentali, che sono troppo disformi dalle nostre, e che anche in linea assoluta sono tutt'altro che ammirevoli e degne d'imitazione.
Invece la tendenza della recente e della recentissima filologia italiana è quella di scimmiottare i tedeschi specialmente nei loro procedimenti logici e nelle loro determinazioni estetiche; i quali e le quali, sono, come si dimostra ampiamente in questo libro, sgangherati e bestiali. Da questa lebbra bisogna guarire, radicalmente, gli studî italiani. I giovani devono certamente impadronirsi della lingua tedesca, per adoperare il ricchissimo materiale di studio accumulato in Germania, con un lavoro che specialmente nei suoi primi periodi fu ammirevole per serietà, per onestà, per abnegazione. Ma il modo d'elaborare quel materiale, ma gli auspici, le norme per intendere i grandi autori classici, non li devono chiedere a Wilamowitz, a Blass, a Leo: bensí a Giacomo Leopardi, ad Ugo Foscolo, ad Angelo Poliziano.