La filologia, dicevo dunque, cioè il metodo tedesco, cerca di soffocare dappertutto, e anche e soprattutto in Italia, ogni altro metodo. Proteste si sono levate, e si levano: è di ieri la polemica di Alessandro Bacchiani sul Giornale d'Italia. Ma ad ogni tentativo di protesta, interviene la «competenza scientifica», ed impone silenzio al buon senso. Comincia la diffusione del nero di seppia, e la gente volta le spalle. Vediamo un po' se una volta tanto ci riesce di afferrare il malizioso mollusco. Vediamo se ci riesce di scernere ben chiaro che cosa sia questa benedetta filologia tedesca, e quanto abbia giovato il suo dominio alla scuola italiana, e quanto abbia nociuto, e se convenga lasciarla ancora spadroneggiare e imperversare. Parlerò più specialmente della filologia classica, perché è questa il centro e la matrice in cui s'è formata e da cui s'irradia ogni specie di filologia: e ciò che si dice di essa si può estendere, piú o meno, a tutte le sue derivazioni.
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Che cosa è dunque questa benedetta filologia? — Se rivolgete la domanda, non dico ai profani, ma anche ai piú profondi iniziati, otterrete tante risposte diverse quanti saranno gl'interpellati. La filologia è, o sembra a prima giunta, proteiforme. E perciò non ti sgomentare, amico lettore, se, dopo averne sentito parlare come d'un cefalopodo, adesso, ai primi approcci, te la vedi giganteggiare dinanzi come un colosso.
Proprio cosí. Aprite un catalogo tedesco, di Teubner, di Weidmann, di Reimer. Non c'è autore che non sia pubblicato in edizioni critiche, in edizioni scolastiche, in edizioni scientifiche. Aprite una di queste edizioni. Ecco un solido blocco di varianti, l'apparato critico: segue il testo, in pagine fitte fitte, e, in genere, tipograficamente corrette: copiosi indici chiudono i volumi. Le note formicolano di erudizione. Per tutti i principali autori c'è un lessico speciale. Poi vengono i dizionarî generali delle lingue, poi i dizionarî di cultura, d'arte, di vita, e via dicendo, dove son registrati minutamente tutti i fatti, tutte le notizie dell'antichità classica. Insomma, c'è tutto, c'è piú che tutto. E tutto in ordine, schierato, ammassato, pronto a far fuoco. Sicché, dopo un esame anche superficiale, non potrete a meno di esclamare: sí, la filologia tedesca è un colosso di bronzo.
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È un colosso di bronzo. Ma questo colosso ha un piede di creta. Ed io voglio nel mio primo articolo, anche per cominciare senza troppo tedio, picchiare su questo piede di creta. Apri con me, amico lettore, una delle piú grandi creazioni del genio ellenico: l'Agamennone d'Eschilo. Leggilo pure in una qualsiasi versione: io terrò sotto gli occhi una delle edizioni tedesche che vanno per la maggiore: quella del signor Keck.
E leggiamo dalla prima scena.
La scolta notturna che veglia sulla reggia degli Atridi, in Argo, ha visto brillare fra le tenebre il segnale di fuoco, che, acceso da monte a monte, è giunto da Troia ad Argo, ad annunciare la caduta della città di Priamo. La scolta ha avvertito la regina Clitennestra, e questa ha chiamato a sé i vecchi d'Argo (il Coro), ed ha partecipato la notizia. Rimasti soli, i vecchi levano preghiere di ringraziamento, e indugiano nei ricordi del passato, quando la città suona improvvisamente di grida: ed essi fanno i seguenti commenti. Traduco, poi si vedrà perché, verso per verso, parola per parola.
Del fuoco per il lieto messaggio —
attraverso la città muove un veloce —
clamore: se veritiero —
chi sa, se sia un divino inganno? =
Chi è cosí fanciullesco o dissennato —
(che) del fuoco per gli annunzi —
recenti essendosi infiammato in cuore, poi —
per il mutamento (arrecato dai) dei discorsi s'abbatta? =