Ad indole di femmina s'addice —
prima che appaia il fatto allegrarsi =
Troppo credula l'indole femminile è —
precipitosa; ma sollecita —
muore la buona notizia data da donne. =
Nei codici che ci hanno conservato l'Agamennone, codesti versi appaiono cosí, uno dopo l'altro, senza distinzione o designazione di personaggi. Ma appare ovvio che nella recita saranno stati distribuiti in quattro gruppi: quelli che ho distinti con le sbarrette doppie. Ora, sapete che cosa ha escogitato il Keck? In uno di quegli accessi d'ipersensibilità estetica assai frequenti nei nipoti di Arminio, ha visto una scena molto piú mossa: ha cioè immaginato che ciascuno di quei versi fosse recitato da un attore diverso. Avete ben capito? Uno dei vecchi avrebbe incominciato: Del fuoco per il lieto messaggio....; e il secondo, levandogli la parola di bocca: attraverso la città muove un veloce...; e il terzo, interrompendo il secondo, a vendicare il primo: clamore: se veritiero...; e il quarto: chi sa, o se sia un divino inganno; e il quinto dopo il quarto, e cosí via sino al dodicesimo. — Uccellin volò volò: come giuoco di società è raccomandabile. — E dopo questa «teoria», il Keck, glorioso e trionfante come un mio pappagallo buon'anima, che, messa a posto una beccata, si gonfiava e pavoneggiava tutto, commenta: «In ogni caso, la simmetria di queste esclamazioni involontarie, scoppiettanti qua e là fra le righe dei coreuti come un fuoco di plotone (ah, prussiano!) è cosí perfetta, che non solo ne risulta la divisione (fra varî personaggi) di questo brano, ma d'ora in poi non si può neppure dubitare che il numero dei coreuti in questa tragedia era di dodici»[9]. — Convincente, eh! — Adesso poi, se un lettore malizioso va a contare i versi, vede che invece sono tredici. Ma il Keck non si arresta dinanzi a cosí lieve ostacolo. Rimaneggia un po' il testo, aggiunge di suo un emistichio al 2.º verso, un emistichio e un verso intero al 4.º, affida a due dei personaggi due versi per ciascuno, e fa tornare il conto giusto. Sistema comodissimo, pratico, concludente, che i tedeschi hanno applicato ed applicano in lungo e in largo ai poeti greci, riuscendo in tal modo ad ottenere simmetrie e fondare «teorie» divertentissime.
***
Ma — obietteranno i competenti — questo ed altri non meno sollazzevoli esempî che si possono raccogliere dall'opera del Keck, non concludono molto. Il Keck è senza dubbio uno scientificissimo filologo; e per questo noi lo pigliamo sul serio, ad onta della incontestabile sua grullaggine: ma non è addirittura una sommità. Sceglietene uno di prima fila.
Vi servo subito, illustri competenti. Scelgo un altro nome che riuscirà nuovo ai profani (è l'allegra vendetta del buon senso), ma farà chinar reverenti le fronti degli iniziati: Federico Blass.
Federico Blass è senza dubbio filologo d'erudizione immensa e sicura; e possiede anche una nitidità di pensiero e d'espressione non troppo comune fra i tedeschi. Ma stringi stringi, è tedesco anche lui: e sentite un po' che cosa va ad arzigogolare intorno ad una scena delle Eumenidi di Eschilo. La sacerdotessa del santuario d'Apollo entra un istante nel tempio, e ne esce esterrefatta da una visione orribile. Sentiamo le sue stesse parole (traduco fedelmente):
Ai penetrali ed alle sacre bende
m'accosto: e vedo su la pietra un uomo
supplice, sozzo d'un delitto: sangue
stillano ancor le mani, e il ferro ignudo;
e stringe un ramo di montano ulivo
tutto avvolto di pii candidi bioccoli.
E dinanzi a costui, sovressi i troni,
sopito giace un mostruoso stuolo
di femmine: non femmine, anzi Gòrgoni
io le dirò: se ben, neppure a Gòrgoni
le posso assimigliar, quali dipinte
io le vidi a Finèo predar la mensa:
ché senz'ali son queste, e negre, e tutte
lorde: con ammorbanti aliti russano,
e sozze marce giú dai cigli colano.
Dunque Oreste, sgozzata la madre in Argo, è corso a rifugiarsi, inseguito dalle Furie, ai piedi dell'altare d'Apollo; ed ha le mani ancora intrise di sangue.
Penseresti, amico lettore, a chiedere di chi sia quel sangue? — Ma i tedeschi sono coscienziosi, vogliono mettere tutti i puntini su tutti gli «i». Quindi Federico Blass, angustiato dal dubbio scientifico, si propone e cerca di risolvere il grave problema. E, cerca cerca, scavizzola un po' oltre le seguenti parole, che Oreste, abbandonato il santuario di Apollo, pronuncia ai piedi del simulacro di Minerva: